Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 02: Draghi.


Titolo originale: The Enchanted World 02: Dragons. 1984.
Traduzione e adattamento di: Lucia Fanelli.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Creature mostruose dotate di poteri terribili oppure semplici vittime del progresso, agnelli sacrificali destinati ad immolarsi per espiare le pene dell'umanit? Vizi e virt di animali fantastici presenti in ogni cultura.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo 1.
Il caos incarnato.
Conoscere i draghi.
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Capitolo 2.
Grandiosi Di d'Oriente.
La fanciulla che affronta gli abissi.
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Capitolo 3.
L'ascesa del serpente.
Prigioniera del regno sommerso.
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Capitolo 4.
L'alba degli eroi.
Le antiche leggende dei re Persiani
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Fine Indice.
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CAPITOLO 1.
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IL CAOS INCARNATO.
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Secoli fa, quando gli eroi ancora dominavano le terre del Nord, una figura vestita di stracci avanzava carponi lungo una spiaggia rocciosa della Scandinavia alla ricerca di una via per arrampicarsi sulla scogliera soprastante. Era uno schiavo che fuggiva dal suo padrone, un signore del regno dei Geat e, sebbene di lui non si sappia nemmeno il nome, le sue gesta epiche cambiarono il destino del suo popolo.
Il fuggitivo trov infine un sentiero e lo percorse senza mai fermarsi, fino a quando le staccionate di legno e i tetti del villaggio dal quale scappava sembrarono giocattoli sparpagliati e le lunghe imbarcazioni a remi erano poco pi che puntini lungo la riva.
Lo stridio delle sule e il brontolio delle onde si persero in lontananza e, ben presto, l'uomo non ud nient'altro che il proprio respiro affannoso e il sibilo del vento.
Finalmente raggiunse la sommit della scogliera e si concesse alcuni istanti di riposo. Si trovava vicino alla punta di un promontorio, un deserto desolato di sassi ed erba appiattita dal vento. Davanti a lui si ergeva quello che sembrava il tumulo funerario di un re del passato.
La struttura era immensa: un ammasso di pietre
gigantesco, levigato dai ghiacci e dai venti gelidi del nord. Il fuggitivo si avvicin: trov l'entrata, un'apertura circondata da rocce annerite; scrutando attentamente, vide un passaggio buio che sembrava scendere verso le viscere della terra. Dopo alcuni istanti di esitazione, oltrepass la soglia del tumulo e si trov immerso nell'oscurit; appoggiando le palme delle mani alle pareti viscide, prosegu nel buio pi totale. Man mano che scendeva, l'aria assumeva il lezzo nauseabondo dello zolfo, pur diventando pi calda.
All'improvviso, oltre una curva, rest abbagliato dalla luce che si rifletteva sulle pareti di granito. Aveva raggiunto il centro del tumulo.
Si trovava in una stanza del tesoro, dove erano ammassate le ricchezze di una potente e sconosciuta trib del passato. Braccialetti d'oro a forma di serpente, spille in filigrana d'argento, spade di ferro dall'impugnatura dorata, coppe in ceramica rossa di Samo, amuleti a forma di martello con gli occhi dell'antico dio Thor, monete luccicanti riempivano l'intera caverna. Stava gi per
avventarsi su quelle meraviglie, quando qualcosa gli gel il sangue, bloccando
ogni suo movimento; non era il primo ad avere trovato il tesoro: raggomitolato nella stanza, giaceva un drago a guardia delle immense ricchezze. Quest'ultimo, nel corso dei suoi vagabondaggi aveva trovato il tesoro, nascosto dall'ultimo superstite di una trib scomparsa e, come era abitudine di quella razza, si era fermato a guardia delle ricchezze.
Avvolto in grandi spire, era acquattato sulle zampe dai lunghi artigli; i fianchi squamosi luccicavano, le ali membranose erano piegate, la grande testa riposava sul pavimento della caverna e le pesanti palpebre erano chiuse su occhi vecchi di secoli.
Spirali di fumo si levavano dalle narici annerite e mentre lo schiavo lo osservava, il drago sput una sottile lingua di fuoco: era lui la fonte del calore e della luce della stanza del tesoro.
vedendo che la bestia dormiva profondamente, lo schiavo ag. Afferr dal tesoro una coppa aurea come offerta di pace per il suo padrone, poich la smania
di libert era ormai svanita, lasciando il posto a pensieri di cui il vino e il
cibo erano gli oggetti principali. Tenendo fra le mani il bottino, si avventur nuovamente nella gelida oscurit del corridoio, fino a quando raggiunse l'uscita. Come un animale braccato corse a perdifiato, senza mai voltarsi indietro, fino a quando, ore dopo, raggiunse le mura sicure del villaggio. Venne picchiato per la sua insolenza, ma il padrone accett la coppa d'oro.
Quello schiavo per, disturbando il guardiano del tesoro, aveva decretato la fine del suo popolo. Infatti il drago poteva vedere e sapere tutto, cos, quando si svegli si accorse subito del furto commesso e avvert immediatamente l'odore di carne mortale.
Lentamente, trascin le proprie pesanti spire lungo lo stretto passaggio che conduceva fuori dalla sua tana e, alla luce ormai fioca della sera, osserv la landa desolata alla ricerca delle tracce lasciate dai piedi dell'intruso; appena ebbe trovato ci che cercava, con un grido e un getto di fuoco, s'innalz in volo, sbattendo le grandi ali verso il regno dei Geat.
Sorvol tutti i villaggi e le sue urla agghiaccianti fecero precipitare gli abitanti fuori dalle case, i volti cinerei levati verso il cielo; sopra di loro, il drago volteggiava in una danza di morte, lanciando il suo grido terrificante mentre iniziava la discesa.
I suoi colpi furono rapidi e terribili: sputando lingue di fuoco, invest i tetti delle case e scomparve in lontananza. In quella terra, tutte le abitazioni, anche quella del re, erano costruite in legno, canne e paglia, furono perci facili bersagli per il fuoco del drago. In tutto il regno dei Geat, quella notte il cielo venne rischiarato da alte lingue di fuoco che si levavano dai villaggi, che bruciavano come pire funerarie.
Niente sfugg alla furia del drago e, quando giunse l'alba, le case dei Geat erano ridotte in cenere; dai villaggi si innalzavano sottili fili di fumo accompagnati dagli strazianti lamenti delle donne.
Fu allora che i soldati del regno si unirono in consiglio col loro re, un valoroso cavaliere le cui gesta venivano cantate da tutti i bardi.
Il suo nome era Beowulf, l'eroe che anni prima aveva ucciso il mostro Grendel e la terribile genitrice, salvando cos dalla morte un popolo intero.
Tutto ci per era accaduto in un altro paese; Beowulf ormai era vecchio, aveva governato i Geat per ben cinquant'anni e, smunto e grigio com'era, troneggiava ancora sui suoi compagni.
Beowulf, non era solo il re, ma anche il campione della sua gente e soltanto lui, disse al consiglio riunito, avrebbe potuto uccidere il drago.
Cos, protetto da un'armatura d'oro e da uno scudo di ferro, Beowulf part alla volta della tana dell'animale. Lo accompagnavano undici principi, soldati forti e coraggiosi e lo schiavo sciagurato, affinch indicasse loro il cammino.
Raggiunsero infine il promontorio dove si trovava la tana del drago e l si fermarono, mentre Beowulf riposava. Intorno a loro regnava il silenzio, dal tumulo roccioso non giungevano segni di vita; il re parl con voce mesta, avvertendo la fine ormai prossima, ordin agli uomini di allontanarsi, mentre con passo deciso si avvicinava all'entrata del tumulo.
Sollevando lo scudo, l'anziano soldato lanci la sua sfida, un terribile grido di battaglia che svan nel silenzio pi assoluto. I soldati si agitarono nervosi, mentre il loro re attendeva immobile.
All'improvviso, una nuvola di fumo e fuoco erutt dall'entrata del tumulo. Subito dopo emerse il drago, curvo come un arco, appoggiato sugli immensi artigli, vomitando fuoco e saliva schiumosa.
I compagni del re indietreggiarono e si precipitarono a cercare un rifugio, con loro eterna vergogna, poich coloro che in seguito raccontarono l'avventura non dimenticarono mai di sottolineare il comportamento codardo dei soldati. Beowulf invece mantenne la sua posizione, sollev lo spadone e lo abbatt sulla bestia.
La spada non affond nella carne del mostro ma scivol inerte sulle sue squame. Il drago sput fuoco intorno al re, annerendogli la pelle e incendiando i suoi capelli ma l'anziano soldato non si mosse, incurante del dolore e delle fiamme.
Non tollerando oltre un simile spettacolo Wiglaf, uno dei soldati, raggiunse il re; in nome della devozione e del disprezzo, si tuff nel fumo, mentre il drago continuava a sputare fuoco.
Beowulf sollev nuovamente la spada e l'abbass con tutte le sue forze sulla testa della creatura, la lama colp il cranio andando in mille pezzi e lasciando il re inerme.
Il drago si avvicin ancora di pi e con le zanne luccicanti squarci la gola del re, strappandogli la carne; quasi contemporaneamente, Wiglaf affond la spada fra le pieghe della pelle non protetta dalle squame subito al di sotto della mascella della bestia. La testa gigantesca oscill da una parte all'altra e le ali si arcuarono goffamente, mentre il drago indietreggiava, combattendo in una nuvola di fumo e bava, i due uomini continuarono a colpire l'animale, Beowulf con un pugnale e Wiglaf con la spada; la terra trem, quando infine la bestia croll in un lago di sangue e viscere ribollenti.
Improvvisamente cal il silenzio. Il re barcoll, cadde sulle ginocchia e poi a terra. Wiglaf si inginocchi accanto a lui, gli tolse l'elmo d'oro e si avvicin per cogliere le sue ultime parole, poi scomparve nella tana del drago. Quando riemerse, aveva le braccia cariche di monili a forma di serpente e di spade dalle impugnature preziose; lasci cadere tutto vicino al re e si inginocchi nuovamente accanto a lui per ascoltare gli ordini che il suo signore gli diede in un sussurro. Nel frattempo, anche gli altri soldati si erano raccolti intorno a Beowulf.
Wiglaf, osservandoli con mal celato disprezzo, indic con la testa il corpo ancora fumante del drago. "Gettatelo in mare", ordin.
E cos, sudando e imprecando, i compagni trascinarono la carcassa sanguinante fino all'orlo del promontorio, dove la spinsero di sotto; il cadavere dell'animale vol gi dalla scogliera in una contorsione di spire e un inutile sbattere d'ali, fino a quando colp gli scogli e scomparve negli abissi del mare. Una chiazza nera si allarg a macchia d'olio sulla superficie dell'acqua, per poi scomparire nel giro di pochi minuti portata via dalle correnti marine.
I soldati tornarono allora dal re, appena in tempo per dargli l'ultimo addio: intossicato dal veleno del drago, il loro signore era infatti in fin di vita. Beowulf si tolse il collare d'oro che indossava e lo mise a Wiglaf, poi i suoi occhi si chiusero per sempre.
I principi onorarono il re morto nel modo in cui Wiglaf, obbedendo alle ultime volont del suo signore, ordin loro. Lo trasportarono sul suo scudo di
ferro fino al luogo della cremazione e l prepararono una splendida pira con gli elmi, gli scudi e le armature indossate da Beowulf; le fiamme si levarono alte nel cielo, riducendo in cenere il corpo del grande re.
Come quest'ultimo aveva chiesto prima di morire, la sua gente costru un altro tumulo di pietre sul promontorio del drago: era cos grande che le navi che passavano all'orizzonte lo individuavano immediatamente. Lasciarono il tesoro nel tumulo, prezioso e inutile per gli uomini quanto lo era stato per il drago. I poeti composero numerose odi in memoria di Beowulf, che definirono "l'uomo pi nobile e gentile, il pi generoso e meritevole di lode".
La sua fine rispecchi una vita valorosa; il re dei Geat aveva combattuto contro uno dei pi antichi e temibili nemici dell'uomo, affrontando la sua furia selvaggia incurante della disparit delle forze.
Naturalmente una simile impresa non fu unica; nel corso dei secoli, molti altri mortali affrontarono i terribili draghi, poich quelle malvagie creature di distruzione dovevano essere eliminate per permettere alla civilt di sopravvivere e prosperare.
Quando si parla di draghi per niente  semplice. Terribili nella loro ferocia, erano i nemici pi temuti dagli uomini; allo stesso tempo, erano spesso idolatrati proprio per la loro forza. I draghi europei (sputafuoco, velenosi e predatori) erano generalmente considerati come un flagello, una fonte di calamit, di fame e di morte violenta. I draghi asiatici erano invece creature potenti e benefiche, portatrici della tanto preziosa pioggia che favoriva la vita; alcuni erano venerati come divinit e molti nobili asiatici si vantavano di avere nelle vene sangue di drago.
La razza dei draghi, sia quella europea che quella asiatica, era antica quanto la creazione e variegata quanto la natura stessa ed era difficile classificarne o stabilirne le principali caratteristiche. I racconti dei cronisti e degli studiosi relativi ai secoli di supremazia dei draghi concordano sull'immagine generica di una bestia simile a un serpente, dal corpo protetto da una corazza di squame, dotata di artigli per tagliare, denti aguzzi per lacerare e fuoco per bruciare.
Tali creature solitamente possedevano una vista sovrannaturale ed effettivamente, il termine "drago" sembra derivi dall'antico verbo greco "vedere"; alcuni possedevano sia una vista acuta che uno sguardo che uccideva chi osasse affrontarli.
I racconti sui draghi rivelano tuttavia una sorprendente variet di forme e misure. Se la maggior parte dei draghi pare fosse lunga sei metri circa, esistevano esemplari che potevano superare anche i sessanta metri; alcuni avevano le zampe, altri le ali e molti possedevano entrambe o nessuna delle due.
Esistevano draghi con sette o persino cento teste e tre file di denti acuminati. Il sangue era considerato velenoso, eppure veniva utilizzato, insieme ad altre parti del corpo della bestia, per la preparazione di medicine e pozioni magiche. Il tanfo del loro alito (dal puzzo di fuoco e zolfo, sangue coagulato e carne putrida) era cosa nota ma alcuni draghi sputavano fuoco e altri soffiavano miasmi pestilenziali.
Tutti i draghi sembravano essere legati a poteri elementari e caotici, poteri
che, almeno nel vicino Oriente e in Europa, erano quasi esclusivamente
distruttivi: la razza dei draghi rappresentava insomma una pericolosa
opposizione alla razza umana. Quest'ultima, pensando forse di acquisire parte
del potere delle straordinarie creature, adott immagini di draghi come amuleti
da portare in battaglia: i soldati persiani si lanciavano in battaglia preceduti
da immense figure mostruose atte a spaventare le armate nemiche; i Romani dipingevano draghi rossi sui loro stendardi di guerra, battezzandoli draconis, ovverossia "draghi" e durante le parate trionfali, facevano volare una sorta di aquilone a forma di drago (immagine suggerita da una bocca aperta che divorava il vento e sibilava con ferocia). Sia le trib celtiche che quelle teutoniche adottarono il drago come loro simbolo; fra gli Anglosassoni, la morte violenta di un capo nemico veniva espressa con l'uccisione di un drago e i feroci soldati scandinavi diedero alle loro imbarcazioni il nome di "dragoni", ornandone la prua con teste di drago per intimidire il nemico.
Ben presto per, i draghi non avrebbero pi ricevuto simili onori;
man mano che le
rafforzavano, l'uomo imponeva il proprio ordine alla natura. Stava per venire il momento in cui i draghi sarebbero stati spinti sempre pi lontano dalla civilt. Infatti sulle cartine, le ultime regioni selvagge sarebbero state indicate con la semplice dicitura "zona dei draghi" e gli eroi mortali, non solo soldati ma anche religiosi e persino bambini, avrebbero sconfitto i draghi che si fossero avventurati fra gli umani, contribuendo cos alla scomparsa di una razza potente.
Per a quel giorno mancavano ancora molti secoli; agli inizi del mondo infatti i mortali avevano ben poche armi adatte per affrontare i terribili mostri: signori del vento, del fuoco e dell'acqua, quelle immense creature possedevano un'intelligenza antica (una magia innata), sorta dai poteri originari che li avevano generati. I draghi, a differenza degli uomini, erano creature del caos, sorte al momento della creazione del mondo.
Cos solevano affermare i mortali che, quando parlavano degli inizi dell'universo e delle prime cose create, parlavano dei draghi; quando si riferivano all'ordine prevalso sul disordine primordiale, parlavano delle lotte contro i draghi. Ai tempi di Beowulf, per esempio, gli uomini descrivevano l'universo come un frassino gigantesco, Yggdrasil, il cui tronco e rami sostenevano tutti i generi della creazione e le cui radici si estendevano fino al mondo degli dei, degli uomini e dei defunti.
Intrappolato per sempre fra le radici
di Yggdrasil, condannato a rodere le
fondamenta dell'ordine costituito,
viveva Nidhoggr, il primo drago.
 Midgard, un altro potente serpente minacciava per il mondo mortale: figlio di un dio imprigionato negli abissi agli inizi del tempo, il suo 
nome era Jormungandr e giaceva nascosto nelle gelide profondit dell'oceano che circondava le terre dei mortali. Le cronache riportarono che il dio del tuono, Thor, un giorno trasse la bestia fuori dalle acque per affrontarla in combattimento ma senza riuscire a sconfiggerla. Il drago rimase cos sul fondo oceanico e gli unici segni della sua presenza restarono le tempeste e i maremoti provocati dalla sua ira. Gli antichi Norvegesi erano convinti che Thor e il serpente si sarebbero incontrati ancora una volta in occasione del Ragnark, la fine del mondo; allora, nelle nebbie dell'inverno perpetuo, quando i cieli fossero stati spezzati e il caos fosse ritornato, Thor avrebbe ucciso il serpente appena questo fosse emerso dalle acque.
Perch potesse essere instaurato l'ordine (la divisione della luce dall'oscurit, dei cieli e della terra dalle acque) era necessario uccidere i primi draghi, poich erano demoni portatori di disordine; i loro nemici erano gli Di e non gli uomini, poich quei mostri esistevano gi prima della comparsa degli esseri umani.
I poeti delle terre antiche cantarono le imprese titaniche dei conflitti. Dalla fertile terra di Mesopotamia, racchiusa fra il Tigre e l'Eufrate, giunsero le prime leggende; fu in quella terra che centinaia di secoli fa, uno scriba sconosciuto di Babilonia riport su sette tavole di argilla una storia della creazione fino ad allora tramandata oralmente di generazione in generazione.
All'inizio, leggiamo, quando tutto era buio e informe, apparvero due esseri primordiali. Uno era maschio, spirito dell'acqua corrente e del vuoto, e il suo nome era Apsu. L'altro era femmina, spirito dell'acqua salmastra e del caos; il suo aspetto era quello di un drago formato dalle parti del corpo di creature non ancora create: possedeva le fauci del coccodrillo, i denti del leone, le ali del pipistrello, le zampe della lucertola, gli artigli dell'aquila, il corpo del pitone e le corna del toro: il suo nome era Tiamat.
Dall'unione di questi due esseri nacquero gli Di, uno dei quali uccise il padre, Apsu. In preda a furia animalesca, Tiamat diede alla luce un serraglio di mostri, il cui compito sarebbe stato quello di perseguitare la prima stirpe da lei generata: nacquero cos uomini scorpione e leoni demoniaci, serpenti giganti e, a sua immagine, draghi scintillanti; il caos regnava nel vuoto informe.
Nominarono campione uno della loro stirpe, Marduk, che sarebbe diventato il signore dell'universo; armato di rete, clava, una fiala di veleno, un arco, le frecce e una faretra di lampi e fulmini, Marduk sal su un cocchio trainato da quattro veloci e violenti destrieri, scortato dai quattro venti e da un forte uragano.
Con tale dispiegamento di forze, Marduk part alla ricerca di Tiamat, la madre drago. Stese la rete nel vuoto e la cattur, lasci quindi soffiare i venti, sul volto del drago gonfiandogli il ventre a tal punto da impedirle di chiudere la
bocca poi, prendendo la mira, scagli una freccia che, passando fra le fauci spalancate dell'animale, si conficc nel cuore.
"Le spezz il cuore," registra lo scriba, "la rese impotente e ne distrusse la vita. Abbatt il suo corpo e lo calpest come vincitore".
La morte di Tiamat gett la stirpe di mostri da lei generata nella confusione mentre cercavano di scappare per salvarsi, Marduk li cattur nella sua rete, li mise in catene e li gett nelle regioni infernali. Dopo di che, si occup della mostruosa carcassa di Tiamat: le spacc il cranio, le tagli le arterie e ne divise il corpo in due parti, come quello di un pesce.
Da una modell il firmamento e dall'altra la terra. Nei cieli, costru una grande dimora per gli Di e install le stelle e la luna come guardiane del tempo. Col sangue di uno dei figli di Tiamat, cre gli esseri umani affinch servissero gli Di,
"per permettere a questi ultimi di vivere in un mondo dove i loro cuori potessero gioire".
Cos nacque il mondo dal caos del cosmo. Una leggenda simile sulla creazione veniva narrata a Babilonia, in India e in Danimarca. A Babilonia, la storia dell'uccisione del primo drago veniva letta ogni anno, al fine di rammentare agli esseri umani la loro origine e quella del mondo in cui vivevano e per celebrare il trionfo del primo guerriero sulle creature dell'oscurit. Le antiche popolazioni infatti avevano dei buoni motivi per festeggiare la loro organizzazione, poich intorno a loro crescevano le glorie portate da quest'ultima. Grandi citt fiorivano ovunque: Babilonia con i suoi splendidi giardini; Ur con i suoi ziggurat torreggianti; Ninive dalle alte mura e dal portale decorato con figure di bestie meravigliose.
Tuttavia, la civilt non era certo confinata
alla sola Mesopotamia. A nordovest si ergevano le citt dei maestosi palazzi dagli imponenti colonnati rossi dei re dell'antica Creta, affacciata sul mare Egeo. A occidente sorgeva Memphis, dove i palazzi dei faraoni e le piramidi dorate, dimora finale dei defunti, si stagliavano nel cielo azzurro. Eppure quei maestosi monumenti non erano altro che fragili canne in balia dei venti e dei pericoli dei deserti circostanti, la vita era breve e i tempi incerti.
Armate nemiche conquistavano i ricchi reami, la carestia e la peste mietevano vittime nelle citt, e la terra stessa, ancora giovane e tremante, tradiva i giovani popoli che vivevano sulla sua superficie.
Col passare dei secoli, le citt
caddero e la sabbia del deserto ne ricopr le rovine. I lupi ululavano nelle strade vuote e non c' da stupirsi che i
mortali vedessero nel sibilo dei venti e nel tuonare delle tempeste, nelle eruzioni di fuoco dei vulcani e nei movimenti di assestamento della terra, la minaccia del caos e correlassero questi avvenimenti con il grido del drago.
Anche in Egitto la presenza del drago era messa in relazione con ogni cambiamento; persino l'alternarsi del giorno e della notte, descritti come il viaggio di Ra, il dio del sole, venivano attribuiti a lui.
Sovrano dei cieli, Ra saliva a bordo della sua nave ad ogni alba e attraversava i cieli da est a ovest aiutato dal suo equipaggio composto da Di e
anime dei defunti. Ogni mattina, il popolo d'Egitto guardava la barca di Ra sorgere come un disco d'oro sospeso all'orizzonte sul deserto orientale e sollevarsi lentamente oltre il picco del Sinai e i campi verdi delle pianure bagnate dal Nilo, diventando sempre pi luminoso man mano che
raggiungeva il proprio apogeo a mezzogiorno.
L, la barca si ergeva sopra fiumi e citt con una tale intensit che nemmeno i sacerdoti dei templi osavano sollevare lo sguardo verso il loro dio. Ogni essere vivente cercava rifugio dai suoi raggi cocenti: i marinai delle feluche del fiume si riparavano sotto i ponti di manovra, i contadini sotto le grandi foglie delle palme, i leoni fra l'erba alta delle pianure, i coccodrilli nell'umida oscurit delle paludi di papiro.
A mezzogiorno l'Egitto era immobile e Ra brillava nel pieno splendore e vigore della sua smagliante giovinezza, un'affermazione di vita, crescita e ordine. Ra aveva per un nemico mortale: Apopi, drago delle profondit del Nilo celestiale e signore del mondo sommerso. Per cavalcare i cieli, il dio sole doveva combattere e sconfiggere il drago, non una sola volta, come aveva fatto Marduk contro Tiamat, ma tutti i giorni. Ogni sera, quando Ra si posava dietro l'orizzonte occidentale, quando il crepuscolo si stendeva sul deserto allungando le sue ombre sui lill e sugli oleandri e gli uccelli acquatici giungevano in stormi per posarsi sull'oscuro Nilo, il dio sole, a bordo della sua nave notturna, si dirigeva nelle viscere della terra e oltrepassava il regno dei morti, dove la potenza di Apopi non conosceva pari.
Al calare della notte, il popolo d'Egitto osava appena sussurrare i pericoli che il dio sole avrebbe dovuto affrontare nel mondo sommerso, le cui porte erano custodite da dmoni enigmatici e i cui oscuri indovinelli il dio sole doveva risolvere per poter passare.
La nave scivolava quindi di caverna in caverna trainata da cobra e sciacalli e al suo passaggio, ogni grotta veniva illuminata dal bagliore emanato da Ra; i morti ritrovavano la vita prima di ripiombare nell'agonia dell'oscurit e le forze del caos, guidate da Apopi, si radunavano per attaccare il loro luminoso nemico.
Ogni notte, Apopi cercava di distruggere Ra e ogni notte quest'ultimo veniva salvato da un esercito celestiale condotto da Seth, dio delle tempeste dal volto di iena. Ad ogni spuntare dell'alba, Apopi veniva sconfitto, intrappolato dagli spiriti del cielo che si rischiarava, decapitato da Seth e fatto a pezzi. Ogni giorno, il corpo smembrato del drago veniva ricostituito e il ciclo del conflitto si ripeteva.
L'equilibrio dell'universo veniva cos conservato nella lotta fra Apopi e Ra, due poteri opposti ma complementari, e ogni nuova alba era una vittoria della luce sull'oscurit, dell'ordine sul caos.
Per lo meno cos credevano gli Egizi, in ricordo di un'era meravigliosa all'inizio del mondo. A quell'epoca, antecedente alla comparsa dei terribili draghi, i loro unici nemici erano gli Di, dai quali l'intera umanit era stata generata.
Tracce di quelle antiche battaglie erano ovunque. Ai tempi di Omero, per esempio, i Greci osservarono le isole Cicladi sparpagliate come perle nel blu dell'Egeo, videro le rovine di quella che un tempo era stata la potentissima Creta, udirono il brontolio del temibile Etna e la voce del mostro Tifone.
L'ultimo dei Titani, le prime divinit onnipotenti della Grecia, Tifone era il figlio di Gea e Tartaro, la terra e il mondo sommerso; era un nemico crudele
e implacabile degli Di dell'Olimpo, divinit della seconda generazione che un giorno avrebbero sconfitto i Titani e regnato al loro posto.
Gea tenne la sua creatura nascosta pi che pot ma venne il giorno in cui Tifone emerse dal suo nascondiglio in Asia Minore e, assetato di sangue, si diresse verso la Grecia e il monte Olimpo, deciso a distruggere la giovane razza di Di che minacciava le antiche divinit.
Il suo aspetto era terrificante. Era cos alto da torreggiare al di sopra delle montagne e da guadare gli oceani della terra. Il suo corpo era costituito da una miscellanea di parti: aveva cento teste di drago, ognuna con occhi ardenti; una bocca gigantesca che sputava fuoco e vomitava sassi e una voce che gracchiava e urlava.
Il torace era di carne umana ma al di sotto strisciavano una massa di luccicanti serpenti. Vero figlio del caos, ovunque passasse, Tifone distruggeva con la furia di una tempesta (il termine "tifone" deriva proprio dal suo nome); attravers l'Egeo, sparpagliando le Cicladi come sassi. Il suo alito di fuoco si pos sull'isola di Thera, verde e lussureggiante, facendone scoppiare la parte occidentale e trasformandola in una mezzaluna arida e senza vita; i terremoti e i maremoti provocati dall'esplosione annientarono il regno di Minosse a Creta; in una sola giornata di acqua, fuoco e fumo, i famosi palazzi rossi vennero ridotti a un mucchio di rovine fumanti.
Secondo la leggenda, tutti gli Di dell'Olimpo, ad eccezione di Zeus, il pi forte delle giovani divinit, fuggirono davanti all'ira della creatura mostruosa.
Con la forza, l'astuzia, un falcetto di diamante e una faretra di fulmini.
Zei affront il drago in una battaglia che" divamp dalla Grecia alla Siria, dove i grandi solchi scavati da Tifone divennero il letto dei fiumi.
Zeus trascin infine il mostro verso nord fino al mar Ionio e quindi verso le secche al largo della costa italica. L Tifone cadde, le teste che si contorcevano e vomitavano, mentre il giovane dio strappava un'isola dal mare e
la gettava sul mostro. Cos, secondo le cronache, nacque Sicilia e la montagna che sorse sul corpo di Tifone divenne l'Etna. Il drago, per, non mor; si dice che, accecato dall'ira, sputasse lingue di fuoco dalle cento bocche, facendo colare bile incandescente sulle fattorie e i vigneti degli umani che, ignari, avevano costruito le loro dimore sulla sua tomba.
Le leggende su Tifone e gli altri Titani vennero raccontate secoli dopo la creazione del mondo da persone che non potevano avere visto i mostri. Tali
storie aiutavano a capire il mistero della creazione e servivano anche come spiegazione per la presenza di creature spaventose che continuavano a condividere la terra con gli uomini.
I primi draghi avevano infatti lasciato dei discendenti. Sebbene i draghi che vivevano non lontano dagli insediamenti umani (in fiumi e grotte, sulle montagne e nei deserti battuti dal vento) non fossero i mostri delle leggende, essi seminavano comunque il terrore fra gli uomini.
Possedevano, infatti, ancora qualcosa del potere dei loro avi: le dimensioni, la ferocia, l'appetito insaziabile, e la capacit di volare; incarnavano inoltre alcuni degli elementi del caos dai quali loro stessi discendevano. I draghi terreni conosciuti dai mortali erano creature del vento, dell'acqua e delle tempeste e, come quelle capricciose entit elementari, possedevano una capacit di trasformazione estranea agli schemi ordinati della civilt umana; sebbene fossero indubbiamente degli animali, molti draghi possedevano la capacit della parola e sebbene rettili, molti erano in grado di volare. Alcuni sapevano rendersi invisibili, altri potevano assumere sembianze diverse e altri ancora sputavano fuoco.
La loro forza e la loro ferocia erano tali che, in epoca classica, erano indicati come predatori di quegli altri immensi colossi che erano gli elefanti; in Etiopia, i draghi venivano chiamati "assassini di elefanti". Lo scrittore latino Plinio il Vecchio, negli studi sui fenomeni naturali, giunse ad affermare che i draghi cacciassero gli elefanti per berne il sangue, famoso per la sua fresca temperatura, e poter cos trovare sollievo alla calura del deserto.
I draghi, scrisse lo studioso, "si nascondono nei fiumi in attesa che gli elefanti giungano ad abbeverarsi, per poi emergere all'improvviso, avvinghiarsi alla proboscide del colosso e piantare i denti aguzzi dietro le orecchie della vittima, poich quello  l'unico punto che l'elefante non riesce a proteggere con la proboscide.
Queste creature sono cos grandi da potersi bere tutto il sangue dell'elefante che, indebolito, crolla al suolo, trascinando nella caduta il suo carnefice".
I draghi che vissero al tempo degli uomini, tuttavia, non erano semplici predatori, venivano infatti utilizzati anche come guardiani. Dato che erano creature sorte dagli elementi della natura, non c' da stupirsi che si ponessero a guardia di fiumi e corsi d'acqua in genere;  invece meno comprensibile perch alcuni di essi, come nel caso della leggenda di Beowulf, facessero la guardia a immensi tesori. Si potrebbe dedurre che essendo l'oro e l'argento elementi antichi come la terra e le pietre preziose quali i rubini, gli smeraldi e gli zaffiri il risultato finale di una lenta trasformazione in atto all'interno del globo terrestre, forse i draghi, antichi come quei tesori, si sentissero in dovere di proteggere i resti del cosmo informe.
Ad ogni modo, la loro funzione di guardiani attir l'attenzione degli uomini: la nascita dei cacciatori di draghi non risult soltanto dal bisogno degli esseri umani di proteggere se stessi ma anche dal valore che gli uomini attribuivano ai metalli e alle pietre preziose in possesso dei draghi.
Su questo argomento sorsero molte leggende. I Greci parlavano spesso delle mele d'oro delle Esperidi, le figlie di Atlante, il dio che sosteneva il cielo sulle proprie spalle. Le mele crescevano su un solo albero nel Giardino dell'Oceano, al limite occidentale del mondo, ed erano custodite da un discendente di Tifone, un mostro dalle mille teste che non chiudeva mai occhio e che se ne stava attorcigliato intorno al tronco dell'albero. Ercole, in una delle dodici fatiche, rub una mela, la cui polpa si credeva possedesse i segreti della conoscenza e dell'immortalit. L'eroe, il cui scudo portava l'emblema di un drago dagli occhi fiammeggianti, uccise il mostro.
Nella regione della Colchide, sul Mar Nero, viveva un drago orribile e feroce, il cui compito era quello di custodire il vello d'oro, la reliquia di un ariete magico in grado di volare, pensare e parlare, che venne infine rubato da Giasone, dopo avere addormentato il drago con una pozione magica.
Un'altra leggenda greca non s'impernia sulla conquista dell'oro ma su qualcosa di ben pi prezioso per l'intera umanit. La storia ha inizio in Fenicia, una terra di ricchi commercianti situata lungo la costa orientale del mare Mediterraneo. Un giorno, la figlia del re scomparve e quest'ultimo mand il figlio, Cadmo di Tiro, alla ricerca della sorella; il giovane salp a bordo delle sue navi in compagnia di valorosi soldati e raggiunse le isole dell'Egeo e le coste della Grecia ma non trov tracce della fanciulla.
Cadmo era un soldato valoroso ma avendo fallito la missione affidatagli, temeva il ritorno in patria e la punizione del padre. Cos decise di raggiungere Delfi, dove fra le montagne del nord l'oracolo di Apollo prevedeva il futuro. Il giovane voleva chiedere consiglio all'oracolo circa la direzione da prendere durante il suo cammino.
Nella fredda grotta, nascosta fra i pini di montagna, Cadmo trov la
sacerdotessa del dio seduta sul suo tripode d'oro, i capelli arruffati che le ricadevano sul viso, gli occhi chiusi nell'estasi delfica. Il giovane raccont la sua storia e chiese consiglio su ci che doveva fare. In risposta, ebbe una serie di lamenti seguiti dal canto dei sacerdoti, che interpretarono i suoni incomprensibili bisbigliati dalla sacerdotessa.
Secondo le indicazioni ricevute, fuori dalla grotta Cadmo avrebbe trovato una mucca, animale sacro nella Grecia antica. Lui e i suoi compagni avrebbero dovuto seguire l'animale ovunque fosse andato, fino a quando si fosse sdraiato; nel punto in cui la mucca si fosse fermata, il giovane avrebbe dovuto costruire una citt, da lui stesso governata.
Cadmo obbed e tutto accadde come indicato dall'oracolo.
La mucca aspettava realmente sulla strada fuori dalla grotta e Cadmo e compagni la seguirono per giorni e giorni, fino a quando si sdrai nella grande pianura di Panope, vicino a un boschetto dal quale echeggiava il gorgoglio di
una sorgente. Sfiniti, gli uomini si gettarono sull'erba a riposare. Passata
qualche ora, Cadmo li mand nel boschetto a prendere un po' d'acqua.
Trascorse un'ora e un'altra ancora e gli uomini non tornavano. Il giovane si decise ad alzarsi, afferr le armi e si addentr nel boschetto, cammin fra gli alberi fino a quando trov la sorgente... e non solo quella. Il terreno era disseminato di cadaveri: i suoi compagni, massacrati, giacevano con gli occhi sbarrati: ondeggiante sopra di loro, la testa eretta, gli occhi fiammeggianti, le squame d'oro luccicanti, c'era un drago mostruoso.
Rivoli di sangue gli scendevano dalle tre file di denti e, incastrati fra gli artigli, vi erano brandelli di carne umana; il corpo era teso e gonfio di veleno e un puzzo nauseabondo si elevava dai cadaveri. La bestia vide il giovane e scopr i denti, preparandosi all'assalto ma Cadmo fu pi veloce.
Scagli contro il mostro un giavellotto, che scivol fra le squame e penetr nella carne; il drago emise un sibilo agghiacciante e contorse la testa, mordendo selvaggiamente l'asta; saliva insanguinata apparve agli angoli della bocca e pennacchi di fumo uscirono dalle narici.
Il drago inizi ad avanzare verso il giovane. La terra trem. Cadmo arretr, passo dopo passo, tenendo la lancia puntata verso il mostro.
Lentamente, la testa del drago si fece pi vicina e la creatura tent di mordere la punta di ferro della lancia, manc il bersaglio e riprov ancora.
Quando Cadmo non pot arretrare oltre e il respiro infuocato iniziava a sopraffarlo, lasci che i denti dell'animale toccassero la lancia e in quel preciso momento, spinse con forza fino a conficcarne la punta nelle viscere del mostro.
Il drago vomit sangue e fumo nero, vacill e ulul, mentre Cadmo, ansante, lo guardava. Il mostro croll contro un albero; il corpo si agit convulsamente poi, all'improvviso, rest immobile.
Accadde allora un fatto strano, qualcosa che l'oracolo non aveva predetto.
Cadmo oltrepass i corpi dei compagni diretto verso il cadavere del drago. Con un piede, tocc le squame d'oro. La creatura non si mosse ma una voce risuon nella mente del giovane.
"Semina i denti," disse, "e raccoglierai meraviglie". Il giovane fiss il drago ma la bestia non diede segni di vita. La tocc un'altra volta e ud nuovamente quella voce.
"Semina, essere mortale," ripet, "se vuoi raccogliere, devi seminare".
Incredulo, il giovane si inginocchi accanto all'animale, trattenendo il fiato per non svenire a causa del puzzo nauseabondo, gli tocc la mascella e questa si spalanc. Quindi, impugnato il coltello, si mise al lavoro: uno ad uno stacc i grandi denti, lasciandoli cadere a terra.
Era un'impresa disgustosa e nauseante ma Cadmo riusc a portarla a termine; si lasci andare a terra per riprendere fiato, raccolse i denti e li trascin fuori da quell'ossario.
Nel suolo morbido della pianura, scav un solco, dentro al quale gett i denti del drago, ricoprendoli infine con zolle di terra.
Cadmo e i suoi compagni lanciarono in cielo i resti del drago ucciso, che si trasformarono nella costellazione del'Dragone, avvolta per sempre intorno alla Stella Polare. Le stelle Etnin e Mzvaid sono gli occhi della creatura, che non tramontano mai.
Esausto, si avvi di nuovo verso il boschetto per seppellire i resti dei compagni.
Non aveva fatto pi di venti passi quando ud un fruscio; si volt di scatto. Il suolo trem, le zolle di terra saltarono dal terreno e qualcosa brill nel fango; in tutto il campo brillarono piccole fiammelle dorate. Le fiamme divennero pi alte: erano in realt punte di lancia ed erano seguite dalle aste e quindi dalle piume degli elmi e infine dagli elmi stessi. Dal terreno stava lentamente e silenziosamente sorgendo un esercito di soldati, una volta emersi e liberati dal fango, si giravano verso il proprio compagno e parlavano. Cadmo si avvicin, pronto a combattere fino alla morte ma i soldati lo spinsero da parte. "Questa  la nostra guerra; tu non c'entri" tuon una voce e i soldati si misero l'uno contro l'altro, combattendo e colpendo senza emettere un suono.
 Lottarono per tutto il pomeriggio, cadendo uno dopo l'altro e scomparendo nella terra dalla quale erano sorti, infine, rimasero soltanto in cinque e uno di questi disse: "Dobbiamo porre fine a questo massacro e cambiare il nostro destino" e gett a terra le armi; gli altri lo imitarono.
I cinque soldati si voltarono verso Cadmo e si misero nelle sue mani. Insieme, gli uomini lavorarono in pace. Seppellirono i compagni di Cadmo; lanciarono in aria i resti del corpo del drago che, invece di impigliarsi nei rami degli alberi, si librarono in volo, leggeri come la nebbia, fino a diventare dei puntini nell'azzurro del cielo.
Nessuno seppe dove fossero finiti ma nei secoli successivi ci fu chi disse che la costellazione del Dragone, che serpeggiava fra le stelle, era in realt il drago di Cadmo.
Quella notte gli uomini bivaccarono nella pianura e il mattino seguente si riunirono in consiglio.
Negli anni che seguirono, costruirono una grande citt: Tebe, potente fortezza e importante centro culturale. Narra infatti la leggenda che Cadmo port in Grecia l'alfabeto di lettere inventato dai Fenici.
Cos, il processo della creazione echeggi nel mondo dei mortali: l'uccisione delle creature del caos rese possibile l'instaurarsi dell'ordine e dei poteri crescenti degli esseri umani.
La fine della potente razza dei draghi era ormai vicina.
Tuttavia, il destino dei draghi
occidentali non era legato esclusivamente
alle imprese dei cacciatori di
mostri: se questi ultimi accelerarono la
scomparsa delle mostruose creature,
non ne furono la causa primaria. Furono
gli stessi draghi a sminuire se stessi e a
trasformarsi da creature in grado di colmare
il vuoto ed elevarsi al disopra della
creazione in bestie che potevano essere
sconfitte da uomini armati soltanto di
audacia e qualche arma.
Sebbene pochi esseri umani fossero interessati, a scoprire qualcosa di pi sui draghi, oltre alle strategie per evitarli o, in caso estremo, per ucciderli, queste creature divennero oggetto di ricerca da parte di molti scienziati: studiarle osservarli era un compito estremamente duro, poich la loro natura era sconcertante. I draghi sembravano sfuggire a ogni sensata catalogazione, come se ogni esemplare costituisse una specie a s.
Alcuni erano effettivamente unici: Tifone, per esempio, con le sue cento teste e la pesante andatura che-faceva tremare la terra, non. faceva certo immaginare che la natura avesse una precisa organizzazione. Col passare del tempo per i draghi divennero in qualche modo pi coerenti nel comportamento e nell'aspetto, fornendo cos le basi per una loro classificazione.
In Occidente, i draghi venivano descritti in base al corpo e distinti per ambienti. In Cina, yenivano invece classificati secondo le loro funzioni.

Il distruttore alle radici del mondo.
Secondo un'antica credenza norvegese, un albero immenso chiamato Yggdrasil si estendeva dalla volta celeste fino alle profondit degli inferi. Nidhoggr, un drago feroce, mordeva continuamente le radici dell'albero nel tentativo di distruggere l'ordine della creazione, che tuttavia possedeva un battaglione di difensori. Tre esseri simili a divinit, chiamati riorns, sedevano accanto al drago tessendo il filo del destino dei mortali. Due cervi brucavano le foglie dell'albero e bagnavano la terra con la rugiada che si posava sui loro palchi (corna). Una capra rosicchiava la corteccia dell'albero e forniva l'idromele per gli eroi mortali che avrebbero liberato il mondo dai draghi. Fra gli uccelli appollaiati sui rami di Yggdrasil, l'aquila: la pi grande e pericolosa nemica dei terribili mostri.


Un luogo pericoloso
I naturalisti europei, nelle loro congetture sui draghi, scrissero di un albero meraviglioso chiamato Perindeus, i cui dolci frutti attiravano stormi di colombe. I draghi, che adoravano la carne di quei volatili, si nascondevano nelle vicinanze, pur mantenendo le debite distanze, poich persino l'ombra dell'albero era per loro letale. Quando tuttavia le colombe lasciavano le sicure fronde dell'albero, cadevano vittime della voracit dei terribili serpenti.

Un giaciglio degno di un re
Nel mondo antico, quando si parlava dell'inizio del mondo ci si riferiva ai draghi e l'India non faceva eccezione. I sacerdoti di quella terra solevano raccontare che il mondo era sostenuto da Sesha, un drago dalle undici teste, il cui titolo era Ananta e cio l'Infinito. Ben lungi dall'essere portatore di disordine, Ananta serviva Vishnu, il Signore dell'Universo, offrendogli il proprio dorso come giaciglio ogni qualvolta il dio desiderava riposare.


CAPITOLO 2.
GRANDI DI D'ORIENTE.

Ai tempi della dinastia Tang, secoli e secoli fa, la Cina era una terra di meraviglie, un luogo dove la magia raggiungeva vette nemmeno immaginate dalle popolazioni occidentali.
La capitale Tang, Chang'an, protetta da alte mura di cinta, si estendeva lungo tre grandi viali, larghi diciotto metri, dove i palazzi dai tetti a mattonelle offrivano rifugio ad abili artigiani in grado di trasformare rozza argilla nella pi delicata delle porcellane, metallo opaco in splendide sculture brunite, bozzoli dei bruchi nelle sete pi preziose, siepi e alberi in figure meravigliose.
Uno splendido giardino, abbellito con laghetti dalle acque tranquille nelle quali si specchiavano la luna e le stelle e reso aggraziato da ponticelli e padiglioni sospesi, costituiva un tempo il rifugio di due draghi. Il giardino,
descritto dall'elegante calligrafia dell'eremita scrittore Lu Kuei Meng, apparteneva ad un nobile signore, collezionista di tesori naturali, che viveva non lontano da Chang'an: goffi panda, provenienti dalle regioni del Tibet, si nascondevano fra le alte canne di bamb; fagiani dalle piume d'oro e tordi canterini svolazzavano dietro gli alti cancelli; takin (animali simili ai camosci), yak e dromedari della Mongolia girovagavano fra i glicini; una tigre siberiana si aggirava a passi felpati fra gli alberi e nel laghetto pisolava la coppia di draghi.
nutriti con tutte le leccornie che un mortale potesse desiderare, i draghi erano creature ormai addomesticate, impigrite dalla cattivit: giorno dopo giorno, se ne stavano adagiate sull'isoletta artificiale al centro del lago, le squame rosse e blu luccicanti sotto il sole, gli occhi semichiusi; di tanto in tanto, si tuffavano in acqua e si dirigevano verso la riva, dove li aspettavano piatti di porcellana colmi di cormorani e oche, rondini e squali, anatre e maiali.
I draghi, come sottoline Lu Kuei Meng, erano creature voraci: "Le grandi balene marine non sono sufficienti a saziare l'appetito dei draghi".
Il carattere delle due bestie in cattivit, costantemente impegnate a nutrirsi, si era addolcito e qualcosa della loro natura feroce sembrava averli abbandonati; esseri ormai di terra, non ricordavano pi quegli spiriti liberi dei venti e delle acque che erano stati un tempo.
Un giorno, un drago feroce sorvol il giardino delle meraviglie; signore del vento, cavalcava le correnti d'aria e volava disegnando archi nel cielo. Lasciando vagare lo sguardo sui calici argentei e sui
prugni in fiore, il drago scorse infine due suoi simili crogiolarsi nel sole.
Lanciandosi in picchiata, si pos sul tetto della casa da t, piegandolo col proprio peso. Osserv i due draghi, le montagne di cibo sulla riva del fiume e infine con voce tonante disse, "Venite via con me, fratelli, riconquistate la vostra libert, tuffatevi nelle profondit oceaniche e libratevi alti nel cielo. Riposate in regioni al di l dei confini dell'aria. Noi non siamo giocattoli per i mortali ma spiriti liberi che cavalcano i venti e dominano le nuvole".
I due draghi erano creature corrotte e le loro ali avevano ormai perso la capacit di volare. Nell'udire le parole del loro simile, aprirono gli occhi ma le loro pesanti mascelle non si sollevarono dalle rocce sulle quali riposavano.
Lentamente, le palpebre si richiusero. 1 due draghi non si erano mossi. La voce tonante parl ancora: "Colui che vive con l'uomo, morir per mano dell'uomo" e, spiegando le grandi ali si libr in volo, salendo nell'azzurro del cielo fino a diventare nient'altro che un puntino all'orizzonte. I draghi erano creature preveggenti e la profezia si avver. Lu Kuei Meng non scrisse come ma il palazzo del gentiluomo cinese venne distrutto e saccheggiato, i suoi abitanti uccisi e gli animali sterminati; soltanto i preziosi draghi vennero risparmiati e trascinati in catene a Chang'an, dove vennero offerti in dono all'imperatore per soddisfare la curiosit dei suoi cortigiani. Infine, vennero macellati e mangiati.
Il racconto di Lu Kuei Meng sottolinea che i draghi asiatici differivano da quelli occidentali. Come questi ultimi, erano presenti al momento della Creazione e possedevano le caratteristiche del cosmo (grande potere primordiale, unit con i venti e le acque, legami con le ricchezze della terra).
I draghi asiatici, tuttavia, erano creature magiche ed estremamente complesse, che condividevano il mondo con gli uomini e, salvo qualche eccezione, convivevano in pace.
Queste creature erano da sempre legate ai mortali: i primi umani, infatti, nacquero da N Kua, un'antica divinit in parte drago e in parte donna; le creature che diede alla luce vennero allevate dal suo consorte, Fu tisi, che insegn loro l'arte della tessitura delle reti da pesca, della creazione del fuoco e della musica. Quei piccoli esseri, nati da N Kua - che si stabilirono nelle terre limitate del mondo mortale - tuttavia, erano mutevoli come gli elementi: potevano assumere sembianze umane o animali, pur conservando sempre la propria natura. In Cina, quelle creature venivano trattate con deferente rispetto e persino una sorta di affetto.
I Cinesi ritenevano il drago, la fenice, l'unicorno e la tartaruga animali spirituali benevoli. Il drago, insuperabile in saggezza e bont, divenne il simbolo del pi caritatevole degli uomini: l'imperatore. Gli imperatori cinesi, legati pi agli antenati draghi che ai loro simili, erano chiamati dragoni Inoltre, i Cinesi credevano che nelle vene degli imperatori scorresse sangue di drago e che i draghi fossero al loro servizio; l'affinit dei regnanti con i draghi era evidente anche in tutto ci che li circondava: l'imperatore sedeva su un trono a forma di drago, navigava a bordo di una nave a forma di drago e dormiva in un letto della stessa foggia e qualsiasi
rappresentazione del drago imperiale si differenziava dalle altre effigi di draghi, poich soltanto la creatura imperiale possedeva cinque artigli.
Considerata l'elevatezza della natura del drago, non c' da stupirsi del fatto che studiosi insigni abbiano dedicato tanta attenzione all'indole dei draghi che vivevano in mezzo a loro; non solo giunsero a definire che cosa fosse un drago ma svilupparono schemi precisi per classificarne l'et, la posizione nell'evoluzione della specie, gli attributi fisici, le funzioni e idiosincrasie e la gerarchia.
Per quanto riguardava la nascita dei draghi, si riteneva che le creature si accoppiassero sotto forma di piccoli serpenti: la femmina depositava quindi le uova, grandi come pietre, vicino alle rive di un fiume; il periodo di gestazione, come quello di crescita del drago, era di secoli. Alcuni studiosi sostenevano addirittura che i draghi covassero le uova per mille anni.
Comunque fosse, quando giungeva il giorno in cui le uova iniziavano a schiudersi, da esse cominciava a scorrere l'acqua e i futuri genitori emettevano selvaggi ululati, uno per risvegliare il vento, l'altro per placarlo; finalmente, preceduto da tuoni, lampi e fulmini, il guscio si spaccava e il piccolo serpente veniva al mondo, in preparazione all'ascesa al cielo, che costituiva la loro vera casa.
La crescita e la metamorfosi dei piccoli iniziava subito. A un drago erano necessari millecinquecento anni per svilupparsi fisicamente: cinquecento anni per la crescita delle caratteristiche corna e altri mille per la crescita delle ali.
Quando raggiungeva il pieno sviluppo, il piccolo si era trasformato in una creatura adulta non molto diversa dai draghi occidentali, seppure studiata e osservata molto pi attentamente.
I Cinesi fornirono descrizioni estremamente dettagliate sull'aspetto dei draghi: in un articolo del Pan Ts 'ao Wang Mu, per esempio, il monumentale trattato medico compilato alla fine del XVI secolo, si dice che il drago presentasse "nove somiglianze" e che fosse la pi grande delle creature squamate.
"La sua testa  come quella di un cammello", scrisse l'autore, "le corna come quelle di un cervo, gli occhi di una lepre, le orecchie di un toro, il collo di un serpente e il ventre di un mollusco, le squame di una carpa, gli artigli di un'aquila e le zampe di una tigre. Le squame sono ottantuno (nove per nove), poich da una barbetta ispida, sotto la gola le squame sono poste al contrario e, sporgendo di oltre trenta centimetri, possono uccidere un uomo".
Gli studiosi divisero inoltre i draghi in categorie: i draghi celesti sostenevano il cielo, quelli spirituali controllavano la caduta della pioggia che bagnava la terra e nutriva gli esseri umani, i draghi terrestri dirottavano il corso dei fiumi, incanalando le acque verso il mare e quelli sotterranei difendevano i tesori nascosti, le pietre preziose, i filoni di giada e oro.
All'interno di ogni categoria, i draghi erano ulteriormente divisi per tipo
fisico: serpenti, con artigli, cornuti e alati, corrispondenti forse ai diversi
e lunghissimi periodi di crescita.
Anche il colore costituiva un elemento di distinzione. I draghi azzurri annunciavano l'arrivo della primavera: le loro sfumature erano come il cielo orientale dal quale giungevano le piogge al termine dell'inverno. I draghi rossi e neri erano bestie feroci e le loro lotte fra le nuvole causavano temporali in grado di distruggere un'intera regione. La creatura ritenuta di dimensioni maggiori rispetto a tutte le altre era caratterizzata da un colore giallo, proprio come il sole; inafferrabile come gli elementi dai quali aveva origine, quell'essere enigmatico, nobile e solitario non amava farsi vedere. "Grande o piccolo, nascosto o visibile, lungo o corto, vivo o morto, nemmeno l'imperatore  in grado di catturarlo", scrisse uno studioso. "La sua intelligenza  incommensurabile. Il drago giallo non ama la compagnia e non vive in branchi. Aspetta il vento e la pioggia e si diverte nell'alto del cielo azzurro. Trascorre la sua vita vagabondando; va e viene".
Come il drago giallo, anche gli altri rappresentati della razza erano incontrollabili quanto la natura; il drago cinese era innanzitutto riverito e temuto, poich era in grado di controllare gli elementi atmosferici e i Cinesi, come tutti gli esseri umani a quei tempi, vivevano e morivano secondo la volont del vento e della pioggia. Le colline della Cina sudorientale -lungo il corso del Fiume Giallo dello Yangtze e del Pearl erano terrazzate con verdi risaie e durante tutto il periodo della stagione della crescita, i contadini tenevano lo sguardo fisso al cielo.
Avevano bisogno della pioggia, poich il riso cresceva nell'acqua ma una tempesta avrebbe provocato lo straripamento del Fiume Giallo, trasformando le risaie in un melmoso mare interno, distruggendo il raccolto e condannando la popolazione a morire di fame. Anche al nord la gente seguiva le evoluzioni del tempo con apprensione; la siccit e i venti che portavano le tempeste di sabbia dal deserto del Gobi, ricoprendo le citt con un velo di polvere gialla e infilandosi sotto ogni porta e finestra, avrebbero distrutto i campi dorati di frumento e miglio, ucciso le pecore e le capre che pascolavano sulle verdi alture e provocato la morte degli esseri umani.
Il drago era il signore della pioggia. I suoi occhi sprizzavano lampi, il suo volo era quello del vento, il suo fiato si condensava per formare la pioggia e non solo quella leggera, primaverile ed estiva, che avvolgeva i picchi delle montagne in nuvole di nebbiolina ma anche quelle terribili tempeste che piegavano le messi e inondavano le vallate.
In inverno - la stagione secca - i draghi erano ibernati nelle profondit di laghi e fiumi per riposare nell'acqua, loro elemento originario. In primavera si risvegliavano e si libravano in cielo e solo
allora i venti cominciavano a soffiare: quelli caldi occidentali, le brezze settentrionali, i turbini e le trombe marine provocati dall'ascensione a spirale dei draghi verso il cielo. Dopo il vento, giungeva la pioggia, a meno che i draghi non volassero troppo in alto, lasciando cos la terra arida e secca.
I draghi erano quindi oggetto di culto. Ogni fiume, ogni lago e persino il pi piccolo degli stagni ospitava un drago, guardiano delle acque; quando le piogge tardavano ad arrivare, i contadini si appostavano sulle rive dello specchio d'acqua e suonavano il gong e i cimbali per cercare di svegliare gli spiriti dormienti e offrivano al drago piccole immagini in argilla.
Tuttavia, non sempre le preghiere venivano esaudite, poich i draghi, nel loro regno sommerso, erano lontani e avvolti dal mistero.
Mentre i contadini lavoravano nelle risaie, i corpi piegati, le mani immerse nel fango impegnate a piantare i semi di riso, si raccontavano ci che sapevano sul misterioso mondo sommerso dei draghi. I ragazzini che conducevano i bufali screziati udivano quelle leggende, come le sentivano anche i bambini legati alla schiena della madre e le storie venivano cos tramandate di padre in figlio.
Mentre lavoravano sotto il sole cocente, uomini e donne parlavano di splendori nascosti: nelle fredde profondit dei fiumi, dicevano, si trovavano palazzi costruiti con una pietra cos lucida che dall'interno, coloro che vi vivevano potevano seguire la vita del corso d'acqua; le colonne dei palazzi erano di giada lavorata con preziosa filigrana d'argento; le porte erano d'avorio e i troni di corallo rosato, oro e perle.
Nella luce scintillante di quei regni sommersi, i draghi prendevano lentamente forma, diventando splendide creature dagli occhi saggi, pi coraggiose di qualsiasi principe mortale-cos raccontavano i contadini nei campi, che in tutta la loro vita non avevano mai visto un drago ma soltanto le nuvole, le nebbie e le piogge che portavano la vita. Avere dimestichezza con i draghi era un
lusso riservato agli imperatori e non certo una preoccupazione del popolo legata pi ai problemi terreni; avere contatti con quelle creature misteriose, pensavano i contadini, avrebbe potuto provocare strane trasformazioni, come insegnava la leggenda di Liu Ye.
Liu Ye era un giovane erudito vissuto durante il regno dell'imperatore Kao Tsung della dinastia dei Tang e la sua avventura ebbe inizio il giorno in cui lasci i bei viali e i ricchi palazzi di Chang'an per tornare alla sua umile dimora nella provincia di Shensi; era stato respinto all'esame annuale per l'ammissione al corpo degli amministratori imperiali ed era di pessimo umore.
Camminando di buon passo, attravers i frutteti di peschi e i declivi terrazzati posti in prossimit della citt imperiale. Quando raggiunse la riva del fiume Ching, i cancelli di Chang'an erano ormai a ore di distanza, si sedette all'ombra dei salici per trovare un attimo di sollievo dalla calura pomeridiana: l'aria era immobile; la strada polverosa era deserta e Liu Ye non trov altro da fare che fissare l'acqua del fiume.
Poco dopo, ud il suono sordo delle campane e un gregge di capre apparve sul sentiero; le bestie si avvicinarono incuriosite al giovane, studiandolo con le scure pupille oblunghe ma quando il pastore le chiam, si sparpagliarono fra gli alberi a brucare le foglie. Il capraio era una donna vestita di stracci ma, nonostante l'abbigliamento, non aveva l'aspetto di una rozza contadina. I capelli, neri e lucenti come le piume di un corvo, le ricadevano morbidamente sulle spalle; la sua pelle aveva il colorito delicato dei boccioli di pesco e le sue mani erano morbide come quelle di un bambino e non indurite e screpolate come quelle di una contadina; i suoi occhi erano perfettamente a mandorla come quelli delle dame di corte ma invece che neri o castani, erano verdi come le acque dei fiumi. Liu Ye la salut educatamente e la donna si sedette accanto a lui e gli raccont la sua storia.
Era una principessa della razza dei dragoni, figlia del re Drago del Lago Tungt'ing, posto a circa seicento chilometri a sudest ed era stata data in sposa al principe di quel fiume. Il principe Ching, per, non l'amava e non le aveva nemmeno
accordato gli onori dovuti al suo rango; al contrario, l'aveva condannata a vagare sull'arida terra sotto le spoglie mortali di una pastorella. Esiliata dal regno sommerso, la fanciulla non poteva nemmeno cercare l'aiuto del padre.
Liu Ye era un giovane generoso e si offr cos di aiutare la principessa; quest'ultima gli spieg che cosa avrebbe dovuto fare per liberarla.
Anzitutto doveva raggiungere il lago lontano che era la sua casa natia e, una volta giunto a destinazione, colpire per tre volte il tronco di un pino che si trovava lungo la riva del lago, richiamare l'attenzione di un araldo che lo avrebbe condotto al palazzo del padre della principessa, e quindi raccontargli le sofferenze patite dalla figlia.
Fu cos che Liu Ye, coraggioso oltre che di buon cuore, si ritrov in viaggio per il lontano lago Tungt'ing. Dopo un mese di cammino, raggiunse la distesa d'acqua, dove si sofferm a guardare le nuvole che si riflettevano sulla superficie immobile.
Sulla riva, trov il vecchio pino e come gli era stato ordinato, lo colp tre volte.
All'improvviso, le acque iniziarono a ribollire e da esse emerse un giovane uomo che indossava l'armatura delle guardie reali e in mano brandiva una spada dall'impugnatura d'oro. Il guerriero sollev l'arma in saluto. Liu Ye lo mise a conoscenza dei fatti e chiese di potere essere condotto al cospetto del re Dragone. La spada descrisse un arco luminoso e la luce scomparve davanti agli occhi di Liu Ye, che cadde addormentato.
Non sapeva per quanto tempo avesse dormito ma quando si svegli rest abbagliato dallo spettacolo che si present ai suoi occhi.
Si trovava in una grande sala, illuminata da una luce madreperlacea, fra due file di cortigiani le cui vesti di seta si allungavano fino a terra in pieghe morbide e perfette e le cui acconciature erano intrecciate con fili d'oro. Al termine del corridoio formato dai cortigiani, un trono di lapislazzuli brillava in tutto il suo splendore. Sul trono, con le lunghe mani appoggiate sulla tavoletta di giada che indicava il suo rango, sedeva il re Dragone nelle sue vesti mortali.
"Vai avanti, uomo", bisbigli una voce accanto al giovane e Liu Ye si
incammin fra le due ali di nobili fino a quando si trov innanzi al re, che
salut con un inchino profondo.
"Parla", ordin il sovrano. Liu Ye raccont allora la situazione in cui si trovava la principessa e, come prova della sua buona fede, porse al re una tavoletta, incisa con l'elegante calligrafia della principessa. Il re prese la tavoletta e la esamin, infine si alz, con il volto di pietra; un mormorio sommesso si diffuse nella sala, seguito dai lamenti di disperazione. Immediatamente, il re sollev una mano e disse: "Silenzio. Non provocate l'anima inquieta"...
Purtroppo, il re Dragone aveva parlato troppo tardi. Le pareti di vetro della sala vibrarono e le acque si mossero in un turbinio di flutti, nel palazzo echeggi un grido agghiacciante. Liu Ye ud il crepitio delle fiamme e la figura color vermiglio di un drago oltrepass in un baleno l'arco che conduceva alla sala, sputando fuoco e trascinando, con le catene legate intorno alle zampe enormi, i resti di una colonna immensa. I fianchi squamosi si sollevarono ritmicamente in un eccesso d'ira ma la tanto attesa esplosione non giunse e la mostruosa creatura lasci la sala. Un silenzio profondo scese fra i presenti. Pallido in volto, Liu Ye si volt verso il trono. Il re Dragone scosse la testa sconsolatamente, si sedette e con le mani in grembo, raccont al giovane alcuni particolari del mondo dei draghi.
Il drago in preda all'ira che il ragazzo aveva appena visto era Chien Tang, il fratello del re, incatenato nelle viscere del palazzo a causa della sua ferocia selvaggia. La collera furibonda che si impossessava del drago non era stemperata da quella saggezza che controllava la forza della maggior parte dei suoi simili, rendendolo cos portatore di morte e distruzione attraverso tempeste e inondazioni. Per questo era stato condannato alla prigionia eterna dall'imperatore dei Cieli, il dio di tutti i draghi.
Incapace di comprensione, Chien Tang era stato privato della libert di assumere spoglie mortali e appariva sempre nella sua forma animale. Quel giorno, colpito negli affetti, aveva spezzato le catene e lasciando a briglia sciolta la sua natura vendicativa, si era precipitato a salvare la nipote.
Trascorsero cos parecchie ore; il re sedeva, in attesa, sul trono di lapislazzuli
e la corte aspettava con lui, in rispettoso silenzio. All'improvviso il re si alz e con un cenno invit la figura apparsa sulla soglia ad entrare; si trattava di un uomo, alto quasi quanto il sovrano che sorreggeva, ancora negli stracci della pastorella, la principessa.
Appena vide Liu Ye, la fanciulla abbass timidamente il capo ma prima che nascondesse il viso, il giovane intravide un dolce sorriso. Il re Dragone strinse fra le braccia l'amata figlia e rivolgendosi all'uomo che gliel'aveva riportata disse: "Allora, fratello. Pare che tu ti sia conquistato la libert".
Chien Tang si inchino e racconto la sua storia. Spinto dall'ira, trascinando i venti e provocando violenti scrosci di pioggia, aveva raggiunto il
fiume Ching, prosciugandone le acque con la sua collera. Aveva cos trovato il palazzo del principe Dragone Ching dove uccise il malvagio sovrano, e distrusse con un solo soffio il bellissimo castello.
Nel salvare e vendicare la principessa per, aveva imparato qualcosa; l'amore per la fanciulla gli aveva permesso di constatare qual era il prezzo della violenza: le piogge e le inondazioni provocate dalla sua ira avevano allagato le messi e distrutto centinaia di case-migliaia di Cinesi erano morti imprigionati nella melma del fiume. Sconvolto, Chien Tang era volato dall'imperatore del Cielo, davanti al quale aveva pianto per le devastazioni compiute. Fu cos che, Chien Tang fu liberato dalla punizione inflittagli anni prima e pot assumere un aspetto umano.
Quando Chien Tang ebbe finito il racconto, nella sala di cristallo accaddero strane cose.
Il re era tranquillamente seduto con accanto a s la figlia, al cui fianco si trovava Liu Ye. Intorno a loro l'improvviso chiacchierio della corte si trasform nel cinguettio e nel trillo di migliaia di uccelli.
Alla luce perlacea, le forme dei cortigiani sembrarono dissolversi e formarsi ancora, come in una danza degli atomi della creazione; dove prima c'erano uomini e donne, Liu Ye vide il bagliore di ali di uccello, le spire lucenti dei corpi dei draghi e il luccichio dei loro occhi; vide cerbiatti saltellanti e cavalli impennati, leopardi danzanti e serpenti che sputavano fuoco.
Una voce risuon alle sue orecchie: "Diventa uno di noi, mortale,"disse il re Dragone e, mettendo la mano della figlia in quella di Liu Ye, sorrise.
In un baleno, Liu Ye perse la sua natura mortale ed entr a fare parte della razza dei draghi, vivendo sia in aria che in acqua; avvert il freddo dell'acqua del lago e vide una fitta nebbia di nuvole ma lui stesso era acqua e nuvole. Si trovava nel cielo azzurro, spinto dal vento che gli spiegava le grandi ali, riscaldato dai raggi del sole che cadevano sul suo dorso. Sotto di lui svettavano bianche montagne di nebbia; accanto a lui si trovava una creatura fatta a sua immagine ma con dei meravigliosi occhi verdi: era la figlia del re Dragone, che solcava i cieli accanto a Liu Ye, seguendolo in ogni evoluzione. Infine, la coppia si tuff nello strato di nuvole, dirigendosi verso le acque del lago Tungt'ing.
Avvicinandosi, lasciarono vagare lo sguardo sulla pianura sottostante, le montagne terrazzate a riso, i fiumi serpeggianti e i piccoli villaggi.
Distinsero chiaramente le strade, i padiglioni dai tetti rossi e le alte mura che circondavano la citt imperiale di Chang'an, dove il giovane erudito Liu Ye non sarebbe tornato mai pi. I due scoppiarono a ridere felici e si innalzarono nuovamente, lasciando dietro di loro l'eco del tuono.
Come dimostra la storia di Liu Ye, anche il pi umile dei mortali poteva ascendere al regno dei draghi, purch il suo cuore fosse colmo di amore e il suo spirito impavido.
Nella provincia di Honan, ogni primavera migliaia di carpe risalivano il Fiume
Giallo per affrontare pericolose rapide chiamate la Porta del Drago. Quei pochi esemplari che riuscivano a superare le spumeggianti cascate (pare che ogni anno soltanto settantuno pesci riuscissero nell'ardua impresa) venivano accolti da un turbine di pioggia, vento e fuoco.
Si addentravano in tale turbolenza come pesci e ne uscivano come draghi. Da questa leggenda, i Cinesi ricavarono un'analogia con la vita: i dotti che superavano il difficile esame annuale per entrare al servizio dell'imperatore "superavano la Porta del Drago".
Tali analogie erano molto diffuse nella tradizione popolare. Come i guerrieri occidentali, "armati" di stendardi e di scudi con le effigi di draghi, i Cinesi cercavano di fare loro alcune caratteristiche della natura dei draghi, creando immagini delle potenti creature; i draghi asiatici non simboleggiavano soltanto il valore.
Nove draghi diversi, i cui tratti li rendevano idonei ad adornare determinati soggetti, proteggevano oggetti mortali. P'u lao, per esempio, famoso per il grido acuto che lanciava prima dell'attacco, era raffigurato su campane e gong. Ch'iu-niu, spirito della musica, appariva sullo zither-ch'in (strumento musicale). Pi hsi, protettore del mondo, era inciso sulle tavolette di pietra utilizzate per scrivere. Il forte Pa hsia sosteneva la base di pesanti monumenti. Il valoroso Chao fing proteggeva le grondaie dei templi. Il drago d'acqua
Ch'in wn appariva sui ponti e, come 
protezione contro il fuoco, sui tetti. Suan era una creatura tranquilla e attenta, raffigurata sul trono di Buddha. Il sanguinario Yai Tzu era inciso
sulle spade. L'ultimo, Pi Han, era un essere rissoso riprodotto sui cancelli delle prigioni.
Pi potente delle immagini era lo stesso corpo dei draghi.
Alcune bestie, cos si diceva, alla morte tornavano alla terra e i loro corpi, 
privati della pioggia e del fuoco, potevano ancora creare meraviglie, le parti del 
loro possente fisico, per esempio, facevano miracoli nella cura delle malattie dell'umanit; l'enciclopedia medica della
Cina antica infatti, pullulava di ricette e 
consigli: le ossa, soprattutto la spina dorsale ridotta in polvere, erano ottime 
contro i calcoli biliari, le febbri infantili, la paralisi degli arti inferiori, i disturbi delle donne gravide; i denti erano un vero portento nella cura della pazzia e del mal di testa; il cervello e il fegato venivano invece utilizati per combattere la dissenteria. 
Le virt del corpo dei draghi non erano
soltanto curative: la pelle del drago si
diceva brillasse nell'oscurit e il grasso
bruciava con una fiamma cos vivida da
essere visibile per centinaia di chilometri; il sangue, stando a quanto sostenevano
gli antichi saggi, si trasformava in ambra
quando toccava il suolo; la saliva di quelle immense creature costituiva invece un
componente basilare dei profumi pi preziosi e delle tinture pi resistenti.
Si narra che un imperatore della dinastia Sung utilizz la saliva di un drago
per preparare un inchiostro col quale incise i nomi dei ministri e dei saggi pi nobili su tavolette di giada, oro e cristallo; per avere sempre un'adeguata scorta di inchiostro, aveva allevato un drago nei pressi del palazzo.
La creatura produceva saliva quando le venivano offerte rondini arrostite,
una vera "ghiottoneria" per tutti i draghi.
I draghi a guardia di tesori preziosi, possedevano una perla che si riteneva avesse poteri magici e che la rendevano oggetto del desiderio di molti; era un gioiello di incredibili dimensioni e luminosit, generalmente nascosta nelle pieghe sotto il mento dei suoi possessori. Le perle emettevano una luce magica, che non si affievoliva mai e aveva il potere di illuminare un intero palazzo; era inoltre un veicolo di potere e salute e ogni cosa al suo contatto cresceva rigogliosa. Per i mortali aveva un potere persino maggiore, come racconta una leggenda della provincia di Szechwan. In una piccola fattoria nella parte meridionale della provincia, vivevano un ragazzo e la madre vedova che tiravano avanti lavorando duramente nelle risaie dei facoltosi vicini e coltivando un piccolo orticello. Ogni giorno, il ragazzo si recava al fiume per prendere l'acqua, portando sulle spalle il giogo da acquaiolo con due secchi di legno. Tornando a casa sulla strada polverosa, si fermava spesso in un prato a tagliare l'erba per la sua unica capra; dopo essersi riposato per alcuni minuti, raccoglieva il foraggio e il giogo con i secchi e si rimetteva in cammino verso casa.
Un giorno si rese conto che l'erba di quel prato era sempre verde e folta, anche se l'estate era calda e secca e l'inverno era stato freddo e piovoso.
Dopo avere riflettuto alcuni giorni, il giovane si arm di pala e riemp un sacco di quella portentosa terra, deciso a utilizzarla nel suo giardino per piantare gli ortaggi che, come l'erba, sarebbero cresciuti rigogliosi.
Quando piant la pala nel terreno ed estrasse la terra una sfera bianca luminosa rotol sul terreno. Il ragazzo rest colpito dal bagliore e dalla bellezza di quell'oggetto e si affrett a raccoglierlo; sapendo che si trattava di un gioiello di immenso valore, corse a casa a nasconderlo. Per sicurezza, lo mise nel vaso di ceramica semi vuoto che conteneva la riserva familiare di riso. Dopo di che, piant l'erba nell'orto.
Il mattino seguente, il ragazzo si rec in giardino a raccogliere gli ortaggi per la madre quando erano ancora umidi di rugiada notturna; l'erba che aveva piantato il giorno prima era appassita e morta. Mentre fissava incredulo la terra chiedendosi che cosa fosse successo, ud un grido provenire dalla casa. Il giovane si precipit nell'umile dimora, dove trov la madre che indicava il vaso di riso: durante la notte si era misteriosamente riempito e ora il riso straboccava da ogni parte.
Il ragazzo si inginocchi accanto al recipiente e vi affond
le mani estraendo la perla, che illumin la stanza di un bagliore rosa; la madre trasal, poich aveva riconosciuto l'oggetto: il figlio aveva trovato la perla di un drago. Nessuno dei due aveva idea di come quell'oggetto magico fosse finito nel prato e nemmeno intendevano scoprirlo; ci che contava era che da quel giorno avrebbero finito di vivere di stenti. La donna volle mostrare al figlio i poteri della perla: prese il gioiello e lo depose dolcemente nella bottiglia dell'olio; lentamente, il liquido cominci ad aumentare.
Nei giorni seguenti, madre e figlio resero l'orto rigoglioso, la capra prodiga di latte e le galline di uova. Sebbene stessero bene attenti a tenere la perla sempre nascosta, era impossibile nascondere gli effetti della presenza del
gioiello. La gente del villaggio cominci cos a mormorare, prima con parole di sorpresa, poi di invidia; l'ostilit verso i due nuovi "ricchi" crebbe velocemente.
Infine, il capo del villaggio decise di scoprire la fonte dell'improvvisa prosperit di quella piccola famiglia. Un mattino, all'improvviso, irruppe nell'umile casa, piegandosi per evitare il basso architrave.
Rest abbagliato dalla luce della stanza, ricolma di giare di riso, grano e miglio. In un cesto erano ammonticchiati dei drappi di seta e il pavimento era ricoperto da pile di monete, che madre e figlio erano impegnati a contare. In una mano, il ragazzo teneva la perla lucente.
Veloce come il lampo, il capo del villaggio afferr il giovane, che si affrett
a infilarsi la perla in bocca. Con la guancia rigonfia, pos uno sguardo di sfida sull'intruso, che sollev il ragazzo per le spalle e inizi a scuoterlo. Il risultato fu inaspettato: senza volere, il ragazzo inghiott la perla.
Nel frattempo, fuori dalla casa si era formato un capannello di curiosi che restarono sorpresi nel vedere il capo del villaggio uscire dalla casa indietreggiando, pallido in volto e tremante. Ancora attonito, venne spinto di lato da un uomo immenso con gli occhi lampeggianti e i capelli scomposti.
L'uomo ringhi parole incomprensibili e aprendosi un varco fra la folla, si diresse con un balzo verso il fiume.
Giunto sulla riva, si inginocchi e inizi a bere avidamente.
Dalle sue narici si elevavano fili di fumo e lingue di fuoco gli lambivano il capo.
Improvvisamente, risuon il rombo del tuono e il crepitio dei fulmini, nuvole di pioggia inghiottirono il sole del mattino; l'uomo mastodontico si contorse al suono della tempesta.
La testa divenne ancora pi grande e il corpo croll a terra; sulla schiena crebbe una massa informe; i lampi guizzarono nuovamente, gettando una luce sinistra sugli alberi e sulle sponde del fiume. Fu allora che la gente del villaggio vide un drago spiegare le ali immense e librarsi in volo.
Dopo avere disegnato un cerchio in cielo, il drago, emettendo un grido, si tuff nel fiume. Nel punto in cui scomparve fra le acque, si sollev una colonna di vapore.
La perla aveva trovato la sua giusta dimora ed un nuovo drago era nato.
Non si sa che cosa ne fu della madre del ragazzo. Forse venne onorata o compianta dagli abitanti del villaggio; forse venne beffeggiata o semplicemente ignorata, sebbene quest'ultima possibilit sia alquanto remota, poich quella donna era pur sempre la madre di un ragazzo che era diventato un tutt'uno con le forze della natura e, quindi, del cosmo.
Quello stato di esaltazione era l'essenza della razza dei draghi asiatici. Questi ultimi erano in grado di assumere l'aspetto di animali o di esseri umani e potevano essere tenuti in cattivit come docili animaletti.
In queste condizioni, le loro abitudini erano oggetto di discussione, come se quelle bestie enormi fossero poco pi di quei piccoli e graziosi cagnolini che le dame di corte stringevano fra le braccia.
Si diceva che i draghi cinesi temessero una serie di oggetti, quali il ferro, la cera, i centopiedi, le tigri e persino i fili di seta tinti in cinque colori.
I grandi draghi, quelli che vivevano in uno stato al di l della comprensione umana, erano oggetto di curiosit e affetto ma al contempo ispiravano paura e soggezione; impossibili da classificare.
A loro venivano innalzate preghiere e, per ottenerne i favori, venivano fatte delle offerte: gli antichi li consideravano creature pressoch divine.
Signori degli elementi e dominatori del vento, apparivano ai mortali circondati da una luce celestiale e seguiti da uno strascico di nuvole di gloria.
In Giappone, dove draghi pi crudeli di quelli cinesi governavano gli elementi, una leggenda celebra il coraggio di una giovane donna trovatasi ad affrontare una di quelle creature.
Secoli e secoli fa, un imperatore esili un famoso guerriero nelle isole Oki, situate nel tempestoso mare del Giappone. La ragione di tale punizione non  nota.
Potrebbe essersi trattato anche di un'offesa di poco conto, poich l'imperatore soffriva di una misteriosa malattia manifestatasi improvvisamente, che ne alterava il carattere.
Qualunque fosse stato il motivo di tale condanna, il samurai venne scortato sull'isola dell'esilio, abbandonandolo al suo destino. La figlia Tokoyo, graziosa come un fiore ma forte come l'acciaio di una spada, dopo essersi disperata per l'allontanamento del padre, decise di mettersi alla sua ricerca per settimane e settimane. Tokoyo vag lungo le coste della grande isola di Honshu, fino a quando giunse alla provincia di Hoki. Dalle coste settentrionali intravide, nella nebbia, il
profilo dell'isola dove il padre veniva tenuto prigioniero; purtroppo per, la giovane non riusc a trovare nessun marinaio disposto ad avventurarsi in mare, poich tutti sapevano che le isole Oki erano dominio dei draghi.
Quando scese la notte, favorita dall'oscurit Tokoyo si impossess di una piccola barca da pesca, rem fra le onde per ore e ore; trascorse la notte, sorse il sole e cal nuovamente l'oscurit e la fanciulla remava ancora. Giunse all'isola soltanto la sera del giorno successivo; dopo avere lasciato la barca sulla spiaggia rocciosa, Tokoyo s'incammin su un sentiero che saliva la scogliera e, raggiunto un tempio, si sdrai e cadde addormentata.
Il mattino seguente, strani lamenti svegliarono la ragazza. Balzata in piedi, Tokoyo segu il sentiero fino al promontorio, dove assistette ad una scena commovente. In piedi sulla punta del promontorio, una fanciulla vestita di bianco si ergeva in tutta la sua 
bellezza e, inginocchiati ai suoi piedi, un uomo e una donna piangevano disperati.
Dietro di loro stava un sacerdote, la testa chinata in preghiera.
Era un sacrificio, spieg il religioso rispondendo alla domanda di Tokoyo: ogni anno, gli abitanti dell'isola offrivano una vergine al drago Yofun-Nushi, signore degli abissi e degli uragani, per placare la sua ira e tenere cos lontani uragani e maremoti. Senza pensarci due volte, Tokoyo si offr di prendere il posto della fanciulla e, indossato il kimono bianco, mise un pugnale fra i denti e si tuff nelle acque agitate.
nuotando con la naturalezza di chi aveva imparato fin da bambina a immergersi nelle profondit oceaniche, raggiunse il fondo, e trov una grotta; accanto all'entrata si ergeva una statua di legno dell'imperatore che aveva esiliato il padre della fanciulla; all'Improvviso, strisciando dall'ingresso della grotta emerse un serpente ondeggiante, dalle zampe artigliate e le
squame lucenti. La creatura, con gli occhi lampeggianti d'ira, si lanci su Tokoyo che, per niente intimorita, lo pugnal con tutte le sue forze, conficcandogli la lama in un occhio.
Approfittando della menomazione del drago, la ragazza lo colp un'altra volta, uccidendolo.
Dotata di una forza superiore, la fanciulla afferr la creatura con una mano e la statua dell'imperatore con l'altra ed emerse dalle acque.
Quando il sacerdote e i suoi compagni la videro, si precipitarono sulla spiaggia per aiutarla.
La fine della storia  strana ed inaspettata. Tokoyo venne condotta alla presenza del signore dell'isola, che ne lod l'audacia e il coraggio, invi dei messaggeri all'imperatore, perch gli raccontassero l'impresa portata a termine dalla ragazza e scopr il significato della statua. Quest'ultima infatti, era maledetta ed era la causa della misteriosa malattia dell'imperatore; 
una volta recuperata, la guarigione fu immediata.
In segno di gratitudine, il sovrano permise a Tokoyo di raggiungere il padre e li fece ritornare in patria.

Il vigile guardiano delle mele d'oro.
In Grecia, i poeti raccontavano la seguente storia. Agli antipodi del mondo sorgeva un'isoletta chiamata il Giardino dell'Oceano, sulla quale cresceva un albero dalle mele d'oro. Poich un morso di quel frutto avrebbe consentito a un essere mortale di acquisire il sapere degli immortali, gli Di avevano inviato Ladon, il drago che non dormiva mai, a guardia dell'albero. Un re mortale mand Ercole in cerca delle mele. Alcuni cantastorie sostenevano che l'eroe avesse ucciso il drago e rubato un intero ramo dell'albero; altri affermavano invece che nessuno, nemmeno un impavido come Ercole, avrebbe potuto sopravvivere a uno scontro con Ladon. Secondo quest'ultima versione, Ercole convinse il dio Atlante, sulle cui spalle poggiava il cielo, a raggiungere il giardino incantato e raccogliere il frutto magico. Mentre il dio era impegnato nella missione. Ercole aveva preso il suo posto e aveva sostenuto il cielo fino a quando Atlante era tornato con le mele.

L'incantesimo di Medea.
Giasone, il giovane figlio del re di Tessaglia, sconfisse un giorno un drago e si impadron del tesoro custodito dall'animale; condusse l'impresa in questo modo: su insistenza dello zio, part alla ricerca del favoloso vello di un ariete d'oro, sacrificato anni prima nel regno della Colchide, sul Mar nero custodito da un drago che non dormiva mai. Giasone salp alla volta della regione in compagnia di numerosi eroi greci, fra i quali Ercole, Teseo e Orfeo.
Giunti a destinazione, Eete, re di Colchide, decise che si sarebbe separato dal prezioso tesoro solo se Giasone fosse riuscito a seminare nella terra i denti del drago; il re sapeva bene per che quei denti sarebbero riemersi dal terreno sotto forma di soldati, che si sarebbero avventati sul giovane. I piani del sovrano vennero tuttavia sventati dalla figlia Medea, una maga dai grandi poteri, innamoratasi di Giasone che le promise di sposarla se lo avesse aiutato; cos, quando il giovane semin i denti nel terreno, questi riemersero come previsto ma il giovane lanci in mezzo a loro il sasso magico datogli da Medea e i soldati si scontrarono fra loro.
Dopo avere eliminato quel primo ostacolo, Giasone raggiunse il drago armato di una pozione magica che induceva il sonno. Appena la bestia cadde addormentata, l'eroe prese il vello e salp immediatamente per la Tessaglia, portando con s Medea.

Gli abitanti delle caverne.
Ovunque ci fossero grotte e caverne, era probabile vivessero dei draghi, che amavano i luoghi umidi, freddi e oscuri; tane simili erano facili da difendere e quindi perfette per quelle creature solitarie e sospettose di natura. Le caverne prossime alle citt erano le preferite, in quanto pi vicine alle "provviste" di cibo.

I signori dei fiumi.
I draghi terreni stabilivano il corso dei fiumi, ne regolavano il flusso e ne custodivano le rive. Ogni fiume in Cina aveva il suo re drago che manteneva il controllo sulle acque dal suo palazzo sommerso.

Il dominatore del diluvio.
In un'epoca antica, senza inizio e senza fine, Tian Ti, l'imperatore dei Cieli, osserv la crescente malvagit della razza umana e, come punizione, provoc una grande inondazione. I campi di riso vennero allagati da una pioggia incessante, i tetti delle case crollarono e i fiumi uscirono dagli argini; in breve tempo, la terra venne completamente sommersa dall'acqua e le speranze di sopravvivenza della razza umana sembravano minime. Y, un giovane dio, ebbe piet degli umani e preg Tian Ti affinch gli permettesse di intervenire per salvarli. L'imperatore, rendendosi conto che gli uomini avevano sofferto a sufficienza, acconsent, agit la mano e subito apparve una gigantesca tartaruga nera che si incammin portando sul dorso della terra magica necessaria per assorbire l'acqua dell'inondazione e creare nuovo terreno fertile. Dopo di che, il sovrano convoc un drago alato dalle squame verdi che si un al giovane dio nella ricostruzione del Pianeta.
Y, la tartaruga e il drago discesero dal cielo sul globo terrestre, dove lavorarono alacremente per trent'anni; distribuirono il terreno magico, assorbirono l'inondazione e crearono pianure e montagne. Sotto il comando di Y, il drago vol con la punta della coda piantata nella terra, creando nuovi corsi d'acqua che avrebbero reso le pianure verdi e lussureggianti. Cos l'umanit venne salvata dal diluvio e dalla distruzione.

Il regalo dell'imperatore
Questa leggenda giapponese racconta la storia della forza di un drago e dell'amore e del coraggio di una fanciulla.
Accadde un tempo che una perla sacra venne inviata per mare dalla corte cinese a quella giapponese. Durante il viaggio tuttavia, la perla venne smarrita nella parte di oceano controllata da un drago, non si sa esattamente come accadde, si sa soltanto che Lord Kamatari, l'ufficiale responsabile del gioiello, venne condannato all'esilio per la perdita subita.
Kamatari si ritir cos nel piccolo villaggio di pescatori di Fukazaki, sul mar del Giappone, visse tranquillo per alcuni mesi, fino a quando si innamor di un'ama, una fanciulla che si guadagnava da vivere come pescatrice di frutti di mare. Pur amando la donna con tutto se stesso, nemmeno quella presenza riusciva a chiudere la ferita apertasi in seguito al fallimento e all'esilio. Quando raccont all'amata la propria storia, la donna decise di provargli la profondit del suo amore. Convinse Kamatari ad accompagnarla in mezzo al mare, dove si tuff nelle profondit oceaniche, nuot fra i coralli e si apr un varco nella fitta distesa di alghe che nascondeva il palazzo del drago; entratavi, trov la perla.
L'ama afferr il prezioso gioiello e nuot velocemente verso la barca e Kamatari; la sua impresa per non era passata inosservata. I terribili soldati del re Drago (piovre, pesci, tartarughe e persino un demonio) la seguivano agilmente fra le onde, decisi a impossessarsi del gioiello. Disperata, la fanciulla si procur un taglio nel torace col coltello e nascose la perla nella ferita. Quindi, con le mani libere, nuot verso la barca. Quando infine la raggiunse, Kamatari la trasse in salvo a bordo. L'ama gli consegn la prova del suo amore ma la ferita le fu fatale: e la donna mor pochi istanti dopo.


CAPITOLO 3.
L'ASCESA DEL SERPENTE.

Anche se il tormento della conquista non opprimeva ancora il popolo della Britannia (prima dell'arrivo dei Romani, che dominarono la fredda isola per quattro secoli e vennero a loro 
volta cacciati dai turbolenti Sassoni), l'isola fu sconvolta da
un'episodio strano e terribile che si ripeteva ogni anno a maggio, alla vigilia della festa di Beltane, con la quale si celebrava il
risveglio della terra dopo il freddo inverno. In quella notte, oltre le nuvole alte nel cielo, due draghi si fronteggiavano: uno era rosso, l'altro bianco; avvinghiati in un abbraccio mostruoso, ringhianti e sbuffanti, rotolavano nei cieli fino a quando il drago bianco spingeva quello rosso oltre le coste dell'isola.
Nessuno poteva vedere la lotta ma quando la sera della vigilia di Beltane l'ultimo raggio di sole spariva all'orizzonte, il grido di battaglia del drago rosso riempiva il silenzio, echeggiava dai declivi occidentali alle brughiere settentrionali, risuonava dai grigi dirupi del Galles per raggiungere infine il piccolo insediamento di Londra. Ovunque risuonasse, il grido lasciava dietro di s il terrore: iniziava come un semplice suono che aumentava fino a raggiungere un volume intollerabile, per poi dissolversi
lentamente; aveva una forza mostruosa. Sebbene gli abitanti di
villaggi e citt si rifugiassero dietro le porte e le finestre
sprangate delle loro case, quel suono terribile faceva tremare
le pareti, infilandosi in ogni fenditura e fessura
come il soffio gelido del vento dell'inverno; quando lo udivano, uomini e donne sbiancavano in volto, e i pi piccoli scoppiavano a piangere e si rifugiavano fra le braccia delle madri.
Quel grido terrificante era anche portatore di sventura; al solo sentirlo, le donne gravide abortivano e per giorni interi, le mucche non davano latte e le galline non producevano uova. C'era chi sosteneva che anche la crescita nei campi appena seminati si bloccava per un paio di settimane dopo che lo spaventoso grido era svanito nel nulla. Sebbene il 
tepore e la generosit dell'estate smorzassero il ricordo di quella terribile minaccia, col passare degli anni il vigore della terra e della popolazione diminu.
Passavano gli anni e la Britannia continuava ad essere afflitta da quella disgrazia. Le cose cambiarono quando sal al trono il giovane Lludd, re giusto e
saggio che port la prosperit nel suo regno; tuttavia, ogni anno, allo sbocciare della primavera, quel grido selvaggio si propagava nell'aria seminando il terrore. Il re decise allora di consultare il fratello, sovrano di Francia, esperto nelle arti magiche.
Si narra che a quei tempi gli spiriti maligni volassero invisibili, spiando i mortali e impedendo loro di stabilire il tanto sospirato ordine. I due re decisero di incontrarsi in mare; un curioso protocollo circond il loro incontro: si sedettero su una barchetta ancorata al largo delle coste della Francia e parlarono fra loro utilizzando un corno di ottone, cos che le loro parole non potessero essere trasportate dal vento e udite dagli spiriti malvagi. Dopo avere ascoltato il racconto preoccupato del fratello, Llevelys lo tranquillizz dicendogli che aveva la soluzione ai suoi problemi.
"Ecco cosa devi fare", bisbigli Llevelys nel corno. "Invia i dotti del regno a misurare la tua terra e trovare il centro esatto. Alla prossima vigilia di Beltane, fai scavare in quel punto una fossa profonda fino alla vita di un uomo, mettici un calderone di idromele e copri il tutto con un drappo di seta, quindi trascina una grossa pietra sull'orlo della buca.
"Nel cielo sopra il prato echegger un tumulto e due figure appariranno, nere contro il bianco delle nuvole; prima vedrai un paio di aquile dai lunghi artigli combattere furiosamente, poi i rapaci si trasformeranno in orsi ringhianti e quindi in galli da combattimento, le cui piume e il cui sangue ricadranno sulla terra. Infine, vedrai i due nella loro vera natura, combattersi nel cielo poco prima che precipitino sotto forma di porcellini. A questo punto i due cadranno nel calderone, trascinando con loro il drappo di seta. Quindi berranno l'idromele e si addormenteranno.
"Sollevali, chiudi bene il drappo e portali in qualche remota localit della Britannia, dove dovrai seppellirli nelle profondit della roccia; cos imprigionati, i draghi non tormenteranno pi il tuo regno".
Tutto accadde come Llevelys aveva predetto. Il centro del paese si rivel un prato nei pressi di Oxford (scoperta pi volte messa in discussione dagli studiosi negli anni a venire). L, grazie alla magia della buca, dell'idromele e del drappo di seta, i draghi vennero catturati e seppelliti nell'arida distesa di Dinas Emrys, una sporgenza su un versante dello Snowdon, la montagna pi alta del Galles. Quell'anno, la vigilia di Beltane torn ad essere momento di gioia e divertimento.
Nei secoli successivi, altri flagelli e invasioni misero a dura prova l'animo dei Britanni. La guerra riport gli uomini sulle alture di Dinas Emrys, cinquecento anni dopo la sepoltura dei draghi; i Romani se n'erano andati e al loro posto erano giunti i Sassoni, che sembravano ormai sicuri della vittoria. Vortigern, valoroso sovrano britannico, cerc di difendere ci che restava del regno con una roccaforte; la costruzione della fortezza, per, non riusciva a procedere. I lati della roccaforte erano levigati come la superficie di un tavolo e le pareti costruite con granito di montagna; eppure la costruzione non reggeva. Ogni pomeriggio, nelle mura erette al mattino apparivano crepe sempre pi profonde fino a quando, nel cuore della notte, l'intera costruzione crollava.
Il mago Merlino, a quell'epoca ancora ragazzo, svel l'arcano: sotto la costruzione, spieg, si trovava una buca, colma dell'acqua piovana caduta nel corso dei secoli. Il terreno fragile e paludoso che copriva la buca provocava il crollo della fortezza; a ci si aggiungeva un altro particolare: nelle profondit della terra erano imprigionati due draghi che dormivano da cinquecento anni.
Con il consenso del re, gli uomini cominciarono a scavare. Ovunque affondassero la pala, zampillava acqua e ben presto il terreno affond sotto i loro piedi e le zolle galleggiarono in una pozza fangosa; venne scavato un canale per drenare la buca e poco dopo venne alla luce una cassa immensa.
Un ragazzo si inginocchi per forzare la serratura; un brivido di paura percorse i presenti e quando il coperchio venne sollevato, si lev una nuvola di fumo seguita da una lingua di fuoco. Due figure scure si delinearono nel fumo, crescendo come i geni della lampada, fino a quando la loro immensa stazza torreggi sull'arido pendio: squame immense luccicarono attraverso il velo di fumo e la folla accorsa indietreggi terrorizzata quando riconobbe una coppia di draghi. Con un battito d'ali, i due si alzarono in volo.
I draghi ripresero la lotta: il bianco a caccia del rosso, il rosso a caccia del bianco, fino a quando il cielo divenne una sola nuvola di fumo e la terra fu tutta bruciacchiata, mentre Vortigern e i suoi uomini ansimavano nella coltre solforosa. Dopo un aspro combattimento il drago bianco sembr cedere e il drago rosso vide finalmente vicina la vittoria tanto agognata; esultante, insegu il rivale fino al picco dello Snowdon, dove pi piccolo di una rondine, il drago scomparve. Il mostro rosso si appollai trionfante sulla vetta della montagna, una sagoma scura circondata da lingue di fuoco. Poi anch'esso scomparve e in Britannia nessuno ud o vide pi i due draghi.
Pochi racconti sui draghi che perseguitarono l'Europa ebbero una tale risonanza; era raro che uno stesso drago rientrasse nelle cronache per cinquecento anni e ancora pi raro che un singolo drago affliggesse un intero paese. Da un altro punto di vista, la leggenda non presenta elementi eccezionali: il male sprigionato dal grido del drago rispecchiava
su ampia scala le sofferenze di citt e villaggi di tutta Europa all'epoca del dominio dei draghi.
Non era facile distinguere le devastazioni di un drago dai disastri che avevano altre origini: un'inondazione poteva seguire giornate di pioggia incessante ma un fiume poteva straripare anche quando, a monte, un drago agitava le acque con la coda; la carestia era spesso determinata dai capricci degli agenti atmosferici ma un drago dall'appetito insaziabile e dal fiato che bruciava le messi poteva ridurre alla fame un'intera popolazione e, quando le acque del pozzo di un villaggio diventavano amare e nauseanti, raramente la causa erano gli scavi minerari e la pioggia: si trattava piuttosto di un drago velenoso che aveva eletto a sua tana il pozzo o una miniera vicina.
Le attivit dei draghi minavano alla radice l'esistenza degli uomini, quelle creature non erano intrusi occasionali o minacce remote ma abitanti dello stesso mondo degli esseri umani. A differenza dei loro avi (i draghi cosmici circondavano la terra, corrodevano la struttura della creazione o si infuriavano al sorgere del sole), questi erano creature della natura: si ammassavano in grotte e abissi, si attorcigliavano intorno a colline e antichi tumuli funerari, spargevano miasmi putridi nelle foreste e si confondevano con le ombre in fiumi e sorgenti.
Come popolarono la superficie europea  un mistero; alcuni, i diretti discendenti del caos iniziale, pare vivessero nelle loro nicchie ombrose fin da tempi immemori, altri sembra fossero nati da uova coriacee e altri ancora, abitanti di tumuli funerari, dai vapori fetidi delle tombe.
Qualunque fosse la loro origine, i draghi che tormentavano l'Europa erano portatori dell'antico disordine, nemici degli insediamenti e delle coltivazioni, una barriera contro le conquiste della civilt.
Non c' da stupirsi se nella toponomastica di molte antiche citt europee  presente il ricordo di un drago locale, la sconfitta della malvagia creatura infatti segnava l'inizio della crescita economica e demografica dell'insediamento. Numerosi villaggi inglesi presentano le parole zuortn (verme-serpente) o orme nei loro nomi (per esempio, Worms Head, Great Ormes Head, Ormesleigh, Ormeskirk, Wormelow e Wormeslea), in memoria dei draghi, conosciuti nella campagna inglese come vermi e uccisi quando vennero costituiti i primi distretti. Il nome di un villaggio del Galles, Denbigh, evoca l'urlo del guerriero che uccise un drago, liberando il paese: "Dim bych" che in inglese arcaico significa "Che tu possa scomparire!".
Tuttavia nessuna vittoria fu decisiva; l'avanzata degli uomini nel mondo naturale fu estremamente dura e non priva di ritirate. In quei giorni lontani, le catastrofi potevano colpire anche i regni pi forti e sicuri, poich le forze della natura, anche se tenute a bada, erano ben lungi dall'essere domate; epidemie, siccit e inverni glaciali esigevano un tributo e le creature della foresta a volte si spingevano nelle grandi citt europee. L'esempio pi sbalorditivo dei poteri capricciosi e ingovernabili che minacciavano di distruggere il progresso della civilt fu la comparsa, in alcuni distretti coltivati, di un drago: poteva apparire all'orizzonte circondato dal fuoco, con aspetto chiaramente minaccioso, oppure insinuarsi lentamente, come accadde al castello di Lambton, sul fiume Wear, nel nord dell'Inghilterra.
Fu Childe Lambton, l'erede della nobile casata, a vedere per primo il drago; giovane e incosciente, non si rese conto del pericolo che quella creatura rappresentava. Una domenica, mentre il padre e i vicini erano a messa, il giovane se ne stava seduto a pescare lungo le rive del Wear. Nonostante gli innumerevoli lanci, nessun pesce abboccava alla sua lenza; trascorsero le ore e, irritato, il ragazzo inizi a maledire il fiume.
Improvvisamente, sent un forte strattone: a poco a poco, inizi a recuperare il filo della canna, chiamando a raccolta tutta la sua forza. Finalmente vide ci che aveva pescato: un luccicante verme nero, non pi lungo di un dito, si agitava attaccato all'amo.
Il giovane prese il verme fra le mani e lo osserv attentamente: si contorceva con forza impressionante, il corpo sottile si muoveva sinuosamente scivolandogli fra le dita; aveva la testa grande e la bocca larga di una salamandra, ma i denti erano quelli di una vipera, sottili e appuntiti; era coperto di una fanghiglia lattea e i lati del corpo erano rivestiti da una fila di aperture come i butteri di una lampreda succhiasangue.
Rabbrividendo, il giovane pescatore gett la creatura nel cestino; non aveva pescato nemmeno un salmone ma per lo meno aveva catturato un essere curioso da mostrare ad amici e parenti.
Mentre tornava al castello, il ragazzo incontr un vecchio domestico che gli chiese com'era andata la battuta di pesca. "Salmoni non ne ho presi", afferm il giovane, "per penso di avere catturato il diavolo in persona. Dai un'occhiata" e sollev il coperchio del cestino.
Il domestico pos lo sguardo sul contenuto e immediatamente il suo volto si rabbui. "Non lascia presagire niente di buono", comment chiudendo il coperchio e restituendo il cestino al legittimo proprietario. "Il male si sta insinuando fra noi" e, dopo avere salutato il ragazzo, si incammin scuotendo la testa. Inquieto, il giovane rovesci il cestino in un pozzo lungo la strada e diede dei colpetti leggeri al fondo fino a quando sent un leggero tonfo: il verme aveva raggiunto l'acqua; sollevato, riprese il cammino verso casa. Passarono gli anni. Childe Lambton divenne un uomo e unendosi ai crociati, part alla volta della Terra Santa.
Nel frattempo, nelle acque buie e profonde del pozzo, il verme cresceva. I passanti iniziarono a notare nuvole di vapore uscire dal pozzo e gli abitanti del villaggio che, nonostante i consigli contrari, continuavano a riempire l le bottiglie, si lamentarono che l'acqua faceva ardere la gola.
 Un mattino non ci fu pi bisogno di avanzare ipotesi su ci che aveva inquinato l'acqua del pozzo.In tutta la regione, viandanti e contadini bussavano di porta in porta per mettere in guardia contro il male sorto nel corso della notte: il pozzo, spiegavano, era circondato da una fanghiglia luccicante e un'ampia traccia di letame puzzolente seguiva la strada polverosa verso il fiume. L, su uno scoglio in mezzo al corso d'acqua, avvolto in spire abbaglianti, c'era un drago. Il verme aveva raggiunto la piena maturit e tutti coloro che lo vedevano fuggivano, terrorizzati dallo sguardo omicida che leggevano nei suoi occhi.
Come la maggior parte dei draghi inglesi, era privo di zampe, ali e fuoco ma le sue spire e i suoi denti avevano una forza sovrumana e il suo veleno era letale. Quel mattino il drago era tranquillo ma nei giorni successivi la sua ferocia port morte e distruzione a Lambton.
Di giorno, il drago si sdraiava sullo scoglio al centro del fiume e di notte raggiungeva la riva del Wear, dove si avvolgeva per tre volte intorno a una montagnola. Quando, al sorgere del sole, strisciava nuovamente verso il fiume, i fianchi erbosi della montagnetta erano segnati da una striscia gialla, nei punti in cui la bava del drago aveva bruciato il prato verde. Ogni volta che veniva assalito dalla fame, il drago si lanciava in terribili saccheggi. Quando il mostro compariva sul picco di un'altura e scivolava verso il pascolo, le mandrie impazzivano e scappavano in tutte le direzioni: gli agnelli, impegnati a brucare l'erbetta che cresceva ai piedi delle colline venivano sopraffatti dall'alito puzzolente del drago, che in un batter d'occhio era sopra di loro; anche le mucche erano vittime della creatura mostruosa, che tuttavia non le uccideva; goloso di latte, ne mordeva le mammelle con una tale ferocia da ferirle gravemente.
Mentre il drago si aggirava furtivamente, nella regione cadeva un silenzio pesante. A Lambton Hall, il signore del castello aspettava, tranquillo e al sicuro dietro i pesanti cancelli di ferro. Nel villaggio, i contadini si accalcavano nei cottage e i poveri fittavoli nelle fragili capanne. Il portale della chiesa era spalancato e il vento si infilava fra le travi ma l'edificio era vuoto, poich il sacerdote era fuggito. Le vele del mulino a vento sul fiume erano ferme, perch non c'era pi nessuno disposto a controllarle. Le uniche voci che risuonavano nella valle erano i lamenti delle mandrie ferite. Di tanto in tanto, il drago si avventurava nel villaggio, trascinando lentamente le spire fra le strette stradine ma, poich nessuno si avvicinava alle finestre per guardare, la creatura perse ben presto interesse per quel luogo all'apparenza disabitato.
Stanco di attaccare le mandrie, un giorno il drago si avventur lungo la collina diretto a Lambton Hall. Intanto, gli abitanti del castello avevano avuto il tempo di prepararsi e ora erano pronti ad affrontare il mostro. Un vecchio maggiordomo, ricordando la passione dei draghi per il latte, ne aveva fatto mungere una grande quantit e aveva riempito un trogolo fuori dalle mura del castello.
Quel giorno, dall'interno della fortezza, osserv la bestia avvicinarsi.
Il drago strisci sul versante della collina, avvolto in una nuvola di veleno, diretto ai cancelli della fortezza. All'improvviso avvert l'odore del latte e si ferm; si avvicin al trogolo, vi tuff la testa e bevve tutto il latte in un sol sorso.
Quando infine sollev il capo dal trogolo vuoto, trascin le pesanti spire gi per la collina, verso la riva del fiume.
Inizi cos un rituale che sarebbe durato per anni: l'offerta quotidiana di latte trasform il drago da feroce saccheggiatore a nocivo parassita e, col passare del tempo, anche il pi timoroso dei contadini emerse dall'umile casupola per strappare le erbacce dai campi abbandonati e radunare le greggi sparpagliate per la campagna; tutti evitavano il sentiero sul quale il drago si avventurava ogni giorno per raggiungere il castello.
L'umiliante tregua si trascin per sette anni. In quel lasso di tempo, alcuni coraggiosi tentarono di uccidere il mostro ma furono stritolati dalle potenti spire dell'animale o avvelenati dal suo morso fatale. La regione fu libera solo quando Childe Lambton, il ragazzino che inconsciamente aveva portato il drago fra la sua gente, torn dalle crociate.
Protetto da un'armatura dalle punte acuminate, l'uomo affront il drago sulle rive del fiume e si lasci stringere dall'abbraccio mortale delle sue spire, le punte si conficcarono nel fianco del mostro e lo indebolirono permettendo cos al mortale di finirlo con la spada.
Lambton era nuovamente libera ma nessuno si sentiva pi al sicuro nei campi, nelle case, o nella maestosa fortezza di Lambton Hall. L'improvvisa intrusione di un drago nella tranquilla vita rurale era solo una delle tante forme sotto cui si poteva celare il caos per distruggere l'apparente ordine dei mortali. Anche quando la catastrofe assumeva altre forme, quali guerre, malattie o carestie, era spesso annunciata dall'avvistamento di draghi; queste creature erano infatti attirate dai flagelli anche quando non erano parte in causa nel provocare la calamit.
In Norvegia, per esempio, i draghi volavano ad alta quota, ben lontani dalle dimore degli essere umani. Quando un fragoroso battito d'ali e un guizzo di fuoco riempivano il cielo della notte, indicando la presenza di un drago, la gente sollevava lo sguardo preoccupata e intimorita, poich ai loro occhi non si parava soltanto la pi grande delle creature in tutta la sua maestosit ma anche un presagio di catastrofe.
Come segnali celestiali, i voli dei draghi caratterizzarono alcuni momenti fondamentali nella storia dell'umanit. Nel 793, i monaci del monastero di St. Cuthbert, sulla scoscesa isola rocciosa di Lindisfarne, al largo della costa orientale dell'Inghilterra, vennero improvvisamente strappati alle loro preghiere. Un sibilo, simile a quello prodotto dal fuoco scoppiettante di ceppi di legna verde, si lev al di sopra del rumore della risacca; ovunque si trovassero, i monaci buttarono indietro i cappucci per contemplare un cielo affollato di draghi: uno "stormo" di creature mostruose, dalle squame iridescenti sotto il pallido sole del nord, volteggiava, giocava e si lanciava in picchiata sopra le loro teste.
 Nell'Anglo-Saxon Chronicle troviamo il racconto di ci che avvenne.
 "Poco dopo quello strano avvenimento, il sesto giorno prima delle idi di gennaio, la furia selvaggia degli infedeli
distrusse la chiesa di Dio a Lindisfarne, saccheggiando e seminando morte"; snelle figure profilatesi all'orizzonte si rivelarono navi vichinghe, dalle alte prue dal profilo di drago. Sciamando dalla spiaggia, i crudeli invasori misero a fuoco e fiamme il villaggio e il monastero, imbrattandone le pareti con il sangue dei religiosi. Fu la prima incursione dei Vichinghi su suolo inglese, un assaggio dei secoli di sofferenza che sarebbero seguiti.
I draghi che avevano annunciato l'attacco erano innocenti; sebbene fossero nei pressi dei luoghi teatro di flagelli, non sempre ne erano la causa e, anche quando generavano disastri e calamit, i draghi, come le altre forze elementari che condizionavano l'esistenza umana, erano pi imprevedibili e turbolenti che ostili.
Era convinzione del clero che il demonio assumesse spesso sembianze di drago, cos come aveva assunto quelle di serpente nel giardino dell'Eden. La maggior parte dei draghi, per, non mostrava la ferocia astuta e sottile del diavolo; la loro crudelt era istintiva, spinta da una forza e un appetito insaziabile.
Nelle Alpi svizzere, la malvagit dei draghi era nota come in qualsiasi altra regione europea. In preda a furia incontenibile, imperversavano nelle alte vallate alpine, provocando frane, abbattendo intere foreste di abeti e facendo precipitare montagne d'acqua e detriti sui villaggi a valle. A un bottaio svizzero tuttavia accadde di trascorrere un anno con una coppia di draghi e di vivere abbastanza per raccontare la sua incredibile avventura.
Un giorno, avendo bisogno di legno per le doghe delle botti, l'uomo si avventur sui dolci declivi delle montagne, fitti di boschi di faggi e betulle, che circondavano la valle in cui viveva; era autunno e il terreno era un tappeto di foglie. Il bottaio abbandon presto il sentiero alla ricerca di lunghi rami pendenti di betulla da tagliare e caricare sul suo mulo.
Al calare della sera, si accorse di avere smarrito la strada. I suoi occhi vagarono nell'oscurit alla ricerca del bagliore del fuoco di un cacciatore o del fumo di un focolare, i rami gli graffiavano il viso mentre avanzava nel fitto del bosco e, improvvisamente, il terreno divenne ripido e scosceso. Lasci andare le briglie del mulo, fece un altro passo e perse completamente l'appoggio, rimbalzando sulle radici emergenti e rotolando fino sul fondo del burrone maleodorante. Qui il terreno era completamente ricoperto dalla melma che rendeva vani i suoi sforzi costringendolo ad una avanzata faticosa e lenta. Ben presto esausto, il bottaio si raggomitol e si addorment.
Si risvegli soltanto il mattino dopo, dolorante per le contusioni riportate nella caduta. Sollev lo sguardo verso la sottile striscia di cielo che intravedeva fra le alte e scoscese pareti del crepaccio, troppo ripide perch potesse sperare di scalarle e venne colto dalla disperazione. In quell'istante ud il respiro pesante di un animale addormentato, cos vicino a lui da scomporgli i capelli: era un respiro caldo come l'aria di una fornace e aveva l'odore dello zolfo. La folata sembrava provenire da una fenditura sul lato del burrone; il bottaio si pieg per scrutare nella semi oscurit e ci che vide lo fece ritrarre terrorizzato: nascosti nell'ombra, due draghi riposavano nel torpore invernale.
Appena l'uomo si inginocchi in preghiera, uno dei draghi si svegli. Le ali piegate come ventagli di carta, la creatura emerse dalla caverna in un torrente di squame, avanzando sulle
zampe dai lunghi artigli, come una frustata, la coda del drago si allung accanto all'uomo, lo avvolse in uno stretto abbraccio, per poi lasciarlo andare; dopo avere scrutato attentamente l'intruso, il mostro ritorn nella tana. Il bottaio, tremante ma incolume, croll a terra.
nutrendo poche speranze che qualcuno potesse trovarlo e sicuro di non potere fuggire, l'uomo trascorse l'inverno nel burrone, in compagnia dei due draghi sonnolenti. Si nutriva con i funghi che crescevano lungo le umide pareti del crepaccio scaldate dal respiro degli animali e si dissetava con le goccioline di umidit che raccoglieva nelle mani. Col passare del tempo, vinse la paura per le due mostruose creature e quando una notte fitti fiocchi di neve cominciarono a scendere dal cielo, si ripar fra le calde spire dei draghi. Una delle bestie sollev la testa per fissarlo ma poi, accettando l'intruso, riprese a dormire beatamente.
Cos il bottaio trascorse le gelide notti invernali. Quando giunse la primavera e l'acqua che si scioglieva dai pendii innevati inizi a cadere nel burrone, i draghi lo salvarono ancora una volta. Un mattino si svegli solo e infreddolito nella tana fumosa. Attraverso l'apertura della caverna ud un battito d'ali. Si precipit all'esterno e vide uno dei draghi, le ali spiegate e la coda srotolata, volare nella stretta gola diretto verso il cielo aperto.
Anche l'altro drago era pronto per spiccare il volo e avanzava nella melma, aprendo lentamente le ali come un insetto appena emerso dal bozzolo. Quando si sollev, il bottaio ne afferr la coda, tenendosi saldamente mentre la bestia emergeva dall'abisso.
Sull'orlo del burrone, l'uomo lasci la presa e cadde al suolo, immobile, osserv il drago salire sempre pi in alto sotto il sole del mattino. Poi, si mise alla ricerca del sentiero dal quale si era allontanato l'autunno precedente, lo segu e giunse finalmente a casa, dove raccont la sua avventura ai concittadini, che lo avevano ormai dato per disperso.
Il bottaio si poteva dire fortunato essendosi imbattuto nei draghi durante il letargo invernale. Sebbene non nutrissero malanimo verso di lui, il suo destino sarebbe stato ben diverso se fossero stati assaliti dalla fame. A volte il loro comportamento poteva sembrare docile ma i draghi erano creature micidiali, la loro natura li spingeva a distruggere e devastare il mondo dei mortali.
La loro indole emerge soprattutto dai racconti di trasformazione; all'epoca in cui il mondo era in mano a coloro che conoscevano le arti magiche, accadeva spesso che uomini e donne venissero tramutati in draghi. Le metamorfosi occidentali, per, erano di natura diversa da quelle asiatiche, dove le sembianze di drago celavano spiriti dal potere divino.
In Europa, qualunque fosse la natura dell'essere umano, l'incantesimo che lo trasformava in drago ne faceva un essere feroce e predatore, apparentemente privo di anima e sentimenti.
Come altri draghi, queste creature rappresentavano non solo una minaccia fisica ma erano segni premonitori dell'avvicinarsi di una disgrazia, poich erano quasi sempre frutto di un incantesimo malvagio, come illustra la storia di Childe Wynde.
Il castello di Bamburgh, sede del re di Morthumberland, si ergeva su un affioramento di granito al termine di una distesa di sabbia e ai suoi piedi si stendeva un grazioso villaggio. Se nei tempi migliori aveva un aspetto austero, ci furono anni in cui alla naturale severit del luogo si sostitu un'atmosfera triste e sinistra; tale cambiamento ebbe inizio il giorno delle seconde nozze di un re dell'antichit.
Vedovo e ormai anziano, il re aveva due figli. Quando decise di risposarsi, il figlio Childe Wynde si trovava lontano, impegnato in una guerra e la figlia Margaret, dolce d'animo e d'aspetto, accolse con affetto la sposa del padre.
La nuova regina, una donna bella e fredda, aveva un
atteggiamento distaccato e, cos si diceva, era di animo cattivo; invece di unirsi ai festeggiamenti in onore del suo matrimonio, si mantenne in disparte, comportamento che attir le curiose occhiate dei vassalli del marito; col passare delle ore e lo scorrere del vino, divenne evidente che Margaret era la preferita di tutti i presenti, che non si trattennero dal fare paragoni fra la figlia e la sposa, elogiando la prima e disprezzando la seconda. La regina non reag ma presto si sarebbe vendicata.
Quella notte, quando il castello era addormentato, entr in azione; mentre il re russava sonoramente, scivol fuori nella corte. L, alla luce della luna, pronunci una formula magica, tracciando simboli arcani nella polvere.
Qualche ora pi tardi, Margaret si svegli nella sua stanza con uno strano sapore in bocca e una certa pesantezza alle gambe. Si sentiva famelica, affamata come non mai. Qualcosa brill nell'oscurit, lo osserv meglio e distinse una zampa munita di artigli rivestita di squame lucenti che quando la ragazza si ritrasse terrorizzata, la segu; spaventata, si mise a gridare. Le sue grida risuonarono come un mugghiare profondo. Rotol fuori dal letto e la grande coda corazzata che era ormai parte di lei si agit colpendo e mandando in frantumi ogni oggetto della stanza, infine, esausta, la donna trasformata in drago si trascin sul pavimento e si addorment.
Il giorno seguente, l'allegro cicaleccio mattutino del castello venne sostituito da grida e urla di terrore: spinto dalla fame, il drago Margaret emerse dalla sua camera, si lanci lungo le scale ed usc nel cortile oltrepassando i cancelli della nobile dimora. Dai prati giungeva l'odore delle pecore al pascolo e il mostro si precipit gi per la collina sul gregge; sazio, si arrotol intorno a un pilastro di roccia chiamato Spindlestone Heugh per crogiolarsi al sole del mattino.
Gli abitanti del castello e del villaggio erano terrorizzati. Chiesero consiglio ad alcuni maghi e scoprirono cos il tradimento della regina e come spezzare l'incantesimo. "Se desiderate che Margaret riacquisti sembianze umane e che la regina abbia la giusta punizione, mandate a chiamare Childe Wynde".
Cos fu fatto, sebbene il re, vittima dell'et avanzata, si rifiutasse di credere che la moglie avesse potuto compiere una simile malvagit; nel frattempo, il drago restava una presenza terrificante, sebbene avesse smesso di sterminare le greggi in cambio di un trogolo di latte al giorno. Pi di cos i semplici mortali non potevano fare; non avevano i mezzi per liberare Margaret da quel corpo di squame.
Al di l del mare, a Childe Wayne giunse infine notizia di ci che era accaduto
alla sorella. Riuniti i compagni, salp alla volta dell'Inghilterra a bordo di una barca costruita col legno di sorbo rosso, famoso per il suo potere contro le forze del male. Intanto, un nemico, creato dai poteri della regina malvagia, attendeva i soldati. Quando le merlature del castello apparvero all'orizzonte, agli audaci combattenti si par una vista terrificante: sulla cresta delle onde avanzava un esercito di spiriti malvagi, informi come ombre e pressoch invisibili, salvo per i denti scintillanti e gli occhi luccicanti. Gli esseri si lanciarono sulla barca come pipistrelli ma il potere del legno di sorbo proteggeva i guerrieri e gli spiriti malvagi non riuscirono a danneggiare l'imbarcazione; infine, esausti, gli spiriti si fecero trasportare via dalle onde, non potendo fare altro che lasciare passare la nave.
La regina non si diede per vinta e ricorse ancora alla magia: il drago strisci lentamente verso la spiaggia, riluttante all'idea di dovere bloccare la nave, poich ne aveva riconosciuto i vessilli ma incapace di resistere alla forza misteriosa che gli imponeva di andare avanti; si tuff in acqua e si spinse al largo a colpi di coda: con un colpo che mand a gambe all'aria gli uomini impegnati ai remi, il drago urt la prua; per due volte Childe Wynde e il suo
equipaggio rimisero la barca in assetto e per altre due volte il drago li ferm. Childe Wynde ordin infine ai suoi uomini di dirigere l'imbarcazione verso una baia lontana dal castello.
Quando la barca, non ostacolata, raggiunse la riva, Childe Wynde salt sulla spiaggia seguito dai suoi arcieri. All'improvviso, uno stormo di gabbiani emerse dalle dune di sabbia dietro la spiaggia e una nebbia soffocante avvolse gli uomini. Un muso lungo e squamoso emerse dal vapore e Childe Wynde si trov davanti un occhio grande come un limone, che lo fissava inferocito.
Il giovane brand la spada; i compagni tesero gli archi. Le fauci del drago si spalancarono e un ruggito agghiacciante riemp l'aria; nella confusione che segu, Childe Wynde ud la voce di Margaret spiegargli che cosa fare per salvarla.
Il cavaliere ordin ai suoi uomini di fermarsi e ripose la spada nel fodero. Quindi si inginocchi davanti alla bestia, il cui respiro gli fece screpolare le guance e bruciare gli occhi. Per ben due volte, il giovane baci le squame bagnate di veleno che proteggevano i denti aguzzi del mostro, lame affilate come rasoi gli lacerarono la bocca ma lui non si tir indietro e pos sul muso del mostro un altro bacio e, quando le sue labbra toccarono le squame, il drago inizi a indebolirsi: gli
occhi si offuscarono e il corpo si avvizz e si accartocci come una foglia secca.
Ben presto non rimase altro che una rigida carcassa, un guscio inutile, che infine scomparve, trasformandosi in falde evanescenti che rivelarono le forme nude di una giovane fanciulla dalla pelle morbida e lucida come quella di un neonato. Era Margaret.
Childe Wynde si affrett a proteggerla col suo mantello dalla fredda e pungente brezza marina. Infine, seguiti dai fedelissimi compagni, fratello e sorella si incamminarono verso il castello.
Gioia e felicit esplosero nella nobile dimora quando i due fratelli ne varcarono la soglia ma il giovane guerriero non aveva ancora portato a termine la sua missione. Lasci la sorella in compagnia del padre e si diresse verso gli appartamenti della strega-regina. I poteri della donna erano svaniti quando la barca di sorbo rosso aveva toccato terra, ed entrando nella stanza il giovane la trov raggomitolata in un angolo. Gli occhi della perfida sovrana si riempirono di terrore quando il ragazzo estrasse un ramo di sorbo rosso staccato dallo stesso albero che aveva fornito il legno per la carena della barca; ammutolita dalla paura, la donna cominci a indietreggiare appena Childe Wynde punt il rametto contro di lei e, quando la tocc, emise un grido soffocato che si trasform in un rauco gracidio. Childe Wynde sbatt le palpebre attonito, la regina era svanita e al suo posto c'era un rospo, non pi alto di un dito e dalla pelle raggrinzita come un chicco di uva sultanina.
Il giovane fece un balzo indietro, quindi scoppi in una risata. Come se volesse fuggire a tale derisione, con un salto il rospo usc dalla stanza e rotol ridicolmente lungo le scale fino alla prigione sotterranea. L, la strega-regina si nascose in una fessura della parete umida e nessuno seppe pi nulla di lei.
Raramente accadeva che una comunit, come nel caso di Bamburgh, venisse salvata con l'aiuto della magia dalla persecuzione dei draghi; generalmente era un coraggioso eroe che liberava i suoi simili da questi tormenti. Proprio a quel tempo, i popoli trovarono un'altra fonte di aiuto: il cristianesimo, che prometteva un mondo in cui draghi e creature del disordine, non avrebbero trovato posto.
La dottrina cristiana era nemica dell'appetito insaziabile, il principio che animava i draghi. Le sue preghiere e la sua simbologia, ispirate alla mortificazione e all'umilt, avevano un potere straordinario sui draghi, come illustra una leggenda della Cornovaglia. Era ancora l'epoca in cui le popolazioni della Cornovaglia seguivano cerimonie e adoravano divinit pagane, desiderando avvicinarle alla sua fede. Sansone, un santo cristiano dal fisico possente, si rec in mezzo a loro, predicando, curando e compiendo miracoli. Il pi importante di questi coinvolse un drago, un'immensa creatura lucente che viveva in una grotta in prossimit di un ruscello.
Le incursioni del drago avevano ridotto in povert la regione e gli abitanti avevano trascinato il santo nella valle implorandolo di usare i suoi poteri contro il mostro. Mentre
contadini e artigiani aspettavano sull'altro lato della valle,
il santo attravers il fiume ed entr nella caverna, chiamando il drago; con un sibilo, il mostro emerse dalla tana. Il santo, imperturbabile, inton una litania; immediatamente, il serpente divenne fiacco, debole, privo di energie. La leggenda vuole che il drago scaricasse l'ultimo anelito di ferocia su se stesso, girandosi e mordendosi la coda.
Il santo avvolse allora la sua cintura intorno al collo del drago e davanti a una folla incredula, condusse fuori dalla caverna la docile creatura, che senza opporre alcuna resistenza, scivol accanto all'uomo lungo colline e burroni fino alle scogliere sul mare dove il santo si ferm. Si volt verso il drago e, con l'aiuto di un bastone, lo spinse fino a farlo cadere nel precipizio, ove scomparve per sempre negli abissi profondi del mare.
Dall'alto, la folla osservava felice.
Altri "domatori" cristiani di draghi mostrarono maggiore piet e, rifiutandosi di considerare i mostri esclusivamente come creature del male, perdonarono le loro colpe. Carantoc, un santo della Cornovaglia, ammans un mostro delle paludi con le preghiere e lo condusse nel deserto dove, con parole di ammonimento, lo persuase a soddisfare la propria natura di drago lontano dagli insediamenti umani. Anche San Petroc rabbon l'ultimo drago della Cornovaglia recitandogli un salmo e conducendolo verso la spiaggia, dove gli ordin di buttarsi in mare e andare alla ricerca di un'isola deserta da eleggere a sua dimora; docile come un agnellino, il drago inizi a nuotare scomparendo presto all'orizzonte.
Non sempre, per, quegli uomini generosi riuscivano a impedire che popolazioni intere si vendicassero per le sofferenze patite. Quando una regione era libera dal tormento, gli abitanti finalmente potevano esternare la loro rabbia, si gettavano sulla bestia come un'unica, grande forza. Quello fu il destino di Tarasque, un drago che per anni terrorizz una regione meridionale della Francia, nei pressi di una citt un tempo nota come Nerluc.
Le descrizioni sui draghi raramente corrispondevano alla realt: chi li incontrava era cos terrorizzato da non riuscire a cogliere la bestia nel complesso ma a notarne solo qualche caratteristica.
Sebbene estremamente confusi, i racconti su Tarasque lasciano supporre che si trattasse di un drago eccezionale; a differenza dei cugini settentrionali, era grande, goffo e poco sinuoso: una montagna di carne ricoperta di squame e sorretta da sei zampe tozze e robuste. La bestia poteva distruggere case e campi col fuoco che usciva dalla sua
bocca, o con le inondazioni che provocava agitando con la coda le acque del Rodano. Durante le sue scorribande nei campi, nei boschetti di ulivi e fra le vigne, divorava bestie ed esseri umani. La sua possente corazza lo rendeva inattaccabile dalle armi pi ingegnose che i fabbri fossero in grado di costruire ma quando una giovane fanciulla vestita di bianco attracc la sua barchetta nel porto della citt, nei cuori degli abitanti sorse la speranza.
La ragazza si chiamava Marta ed era una santa. La fama delle sue buone azioni e delle sue sagge parole l'aveva preceduta e la gente del luogo la implor di scacciare il drago. La fanciulla si diresse verso i campi deserti oltre le mura, dove s'innalzavano colonne di fumo ed echeggiavano i belati delle pecore terrorizzate. Camminando a passo sostenuto raggiunse un prato, un tempo verde e lussureggiante ora ridotto a una distesa di stoppia bruciata. Dalla coltre di fumo emerse la figura agghiacciante di Tarasque: stava divorando gli ultimi brandelli di una carcassa e dopo avere emesso un ruggito di soddisfazione, si volt per affrontare Marta. La fanciulla raccolse due fili di paglia anneriti, avanz verso il mostro, incroci i fili per formare il simbolo della sua fede e li brand sotto il muso della bestia. Il drago emise un profondo lamento e croll a terra, gli occhi bassi; Marta prese una fiala di acqua santa che portava legata alla cintura, l'apr e la vers su Tarasque per completare il suo trionfo.
L'intrepida fanciulla si avvicin alla bestia dalla bocca spalancata, pieg la testa e servendosi dei denti aguzzi del drago, si tagli le lunghe trecce, che utilizz per creare un guinzaglio che avvolse al collo di Tarasque. Col drago che procedeva mansueto al suo fianco, Marta si diresse in citt.
Quando la gente di Nerluc si accalc nella piazza per vedere Marta e la sua preda, all'iniziale stupore e terrore, si sostitu una gioia quasi violenta. Marta scongiur la popolazione di non toccare la bestia, poich aveva notato alcuni uomini raccogliere sassi e zolle di terra ma poteva fare ben poco per fermare la furia omicida che scoppi nel giro di pochi minuti. L'ormai mansueto Tarasque venne deriso, colpito con pietre e, man mano che la folla trovava coraggio, persino preso a pugni. Il drago si ritrasse nella sua corazza come una tartaruga e affond lentamente nella polvere, infine, con un ultimo sbuffo di fumo giallo, mor.
Molti altri draghi fecero una fine analoga, sebbene spesso per mano di valorosi e intrepidi eroi e non a causa della furia della folla inferocita. Nessuna citt o regione che avesse conosciuto la crudelt di un drago poteva dimenticare rapidamente il suo oppressore. Poco dopo la scomparsa di Tarasque, durante una cerimonia solenne, la citt di Nerluc assunse il nome col quale  conosciuta ancora oggi: Tarascon. Venne inoltre decretato che il simbolo della citt sarebbe stato un grande drago, per fare s che le future generazioni non scordassero mai le sofferenze patite e quanto fossero fragili le opere dell'uomo di fronte alle forze primordiali della natura.

Prigioniera del Regno Sommerso.
Attraverso le vigne e i boschetti di ulivi del sud della Francia, accanto ai castelli ambrati dei signori di Provenza e ai villaggi dalle case dai tetti rossi dei loro vassalli, scorreva il Rodano, e il corso tranquillo delle sue acque non lasciava presupporre che il fiume potesse essere un rifugio per i draghi.
Tuttavia, nelle sue profondit ne viveva uno: nei pressi della citt di Beaucaire, nel punto in cui il Rodano formava un'ansa per poi correre verso il mare, si trovava la tana del Drac, una creatura immensa abile in ogni genere di stregoneria, che utilizzava per raggiungere i suoi scopi malvagi.
Al Drac piaceva il gusto della carne umana e si divertiva a cacciare i mortali. Di tanto in tanto, lasciava il fiume per recarsi al mercato di Beaucaire, dove, invisibile alla folla, vagabondava all'ombra degli alberi, figura attenta fra i cesti di pesce e di frutta. Con occhi freddi, il drago osservava le donne della citt chiacchierare con i commercianti e, con mosse agili e scattanti, afferrava e portava via i bambini incustoditi.
A volte, per puro divertimento, il Drac trascinava i mortali nel fiume, dove li teneva prigionieri. Ecco cosa accadde un giorno.
Un pomeriggio d'estate, quando i raggi del sole scaldavano campi e citt, una giovane mamma si rec al fiume per lavare i vestiti del suo piccolo. Mentre lavorava, la donna lasci cadere lo sguardo sull'acqua e rest folgorata: sulla
superficie del fiume galleggiava una coppa d'oro, al cui interno brillava una perla. Senza pensarci due volte, allung la mano per afferrare la coppa ma quella si allontan, brillando invitante sotto il sole cocente; la donna si allung nuovamente, sporgendosi oltre l'argine del fiume e, cos facendo, perse l'equilibrio.
Mentre cadeva, una zampa artigliata l'afferr, stringendosi intorno al suo polso di mortale. La giovane lott e si dimen inutilmente; all'improvviso, si sent trascinare verso il basso e mentre l'acqua le gonfiava le gonne, lanci un'ultima occhiata alla sponda del fiume, dove gli abitini del suo piccolo si asciugavano sull'erba al sole e il bimbo piangeva abbandonato. Poi il Rodano si chiuse su di lei.
Venne inesorabilmente trascinata nelle fredde profondit del fiume, fino a quando si trov immersa nel buio, illuminato soltanto da piccole luci brillanti e luminose come le stelle del cielo. Fu allora che perse i sensi.
Quando riapr gli occhi si trovava in una grotta di cristallo; al di fuori delle pareti trasparenti, le piante acquatiche ondeggiavano come se fossero state sospinte da una brezza terrestre e i pesci nuotavano in tutte le direzioni. Accanto a lei giaceva la coppa d'oro che l'aveva attratta e vicino a quest'ultima, imponente e dallo sguardo feroce, stava il drago.
Soggiogata dallo sguardo della bestia, la donna si alz e in quel momento ogni ricordo della sua vita in Francia scomparve: il suo bambino, il marito, la sua casa a Beaucaire divennero soltanto ricordi lontani e indistinti, come quelli di un sogno. Solo le parole del drago risuonavano nella sua mente. La creatura parl con voce calma e profonda e la donna obbed.
Il Drac l'aveva catturata perch era giovane, sana e allattava un piccolo. Il drago aveva infatti bisogno del latte di una mortale per sfamare il suo erede, una creatura piccola e fragile. Cos la giovane donna, vittima dell'incantesimo, divenne la schiava del Drac e la balia di un drago.
Il tempo trascorreva in tranquillit e per la giovane imprigionata nella flebile luce della grotta di cristallo ogni giorno era uguale all'altro.
Cullata dal movimento dell'acqua e stregata dal drago, viveva in uno stato di trance; allattava il piccolo del drago e lo accudiva con la stessa dolcezza con la quale avrebbe curato suo figlio; dormiva quando il Drac glielo ordinava e mangiava
ci che lui le dava. Osservava la vita del fiume attraverso le pareti trasparenti della grotta e ben presto le creature del Rodano (il luccio dalle strisce verdi e oro, le anguille sguscianti, le veloci trote) divennero familiari quanto lo erano stati gli abitanti di Beaucaire. Col passare del tempo, impar a vedere quel mondo sommerso pi chiaramente e lucidamente, come se le rocce e le alghe fossero i campi e i boschi della terra dimenticata.
Sebbene non lo sapesse, tale visione era provocata dalle arti magiche del drago. Ogni notte, come le veniva ordinato, la donna spalmava le palpebre degli occhi del piccolo drago con un unguento datole da Drac. L'unguento donava al cucciolo la vista penetrante propria della sua specie e quando la donna si stropicciava gli occhi, parte della pomata entrava nelle sue orbite, dotandola dello stesso potere magico.
Trascorsero cos sette anni. Il cucciolo crebbe e divenne grande e forte e venne il giorno in cui Drac non ebbe pi bisogno della prigioniera. Tuttavia, poich la donna aveva nutrito suo figlio, decise di risparmiarle la vita e di renderle la libert. Prima di liberarla, con un altro incantesimo cancell dalla sua memoria ogni ricordo di quel mondo sommerso e del drago stesso. Dopo di che, l'addorment e la riport in superficie.
La donna si svegli sulla riva del fiume vicino alla sua casa. Si guard intorno confusa, poich ci che ricordava era una calda giornata di sole, i panni bagnati e le risate del suo piccolo che giocava sull'erba; il sole era ormai tramontato e le luci della citt brillavano in lontananza. Del bambino e della biancheria stesa non c'era traccia. Si alz e inizi a correre per i campi finch raggiunse la citt.
La porta della sua casa era aperta per lasciare entrare il fresco della sera. La donna oltrepass la soglia. Due volti familiari si voltarono: un uomo con la barba e un ragazzino che assomigliava incredibilmente al padre. I tre si fissarono per alcuni istanti, senza parlare.
Poi l'uomo balz in piedi gridando e, mentre il ragazzo lo guardava sbalordito, corse ad abbracciare la sconosciuta. Quello era suo marito, l'uomo che aveva pensato fosse annegata e che per sette lunghi anni ne aveva pianto la scomparsa. Lui la sommerse di domande, alle quali tuttavia lei non seppe
rispondere, poich non aveva alcun ricordo del mondo del drago. Il ragazzino era suo figlio, che per non la conosceva e la guardava addirittura con sospetto.
La gioia per il suo ritorno e l'amore del padre per la moglie erano cos grandi che anche il figlio fin per accettare la sconosciuta. Cos fecero anche i vicini, nonostante i sette anni di assenza rimanessero un mistero e i discorsi della donna talvolta li spaventassero. Spesso sognava dei draghi, affermava, ma i suoi concittadini erano brave persone e la lasciavano tranquilla.
Cos la donna riprese la tranquilla esistenza di un tempo, cucinando e occupandosi del figlio e del marito e lavorando nei campi.
Avrebbe continuato cos se non fosse stato per la vista da drago. Un giorno, come sua abitudine, si rec al mercato e l, fra i cesti di frutta e pesce, vide il Drac. Lo sguardo feroce e spiritato, il mostro osservava la folla. La sua testa raggiungeva i tetti degli edifici e i suoi occhi verdi dardeggiavano; mercanti e contadini chiacchieravano allegramente, ignari del pericolo che incombeva su di loro. Soltanto la donna lo vide e quando lanci un grido di terrore, il drago si volt verso di lei.
"Mi vedi, essere mortale?", risuon una voce nella sua mente. "Ti vedo, drago", rispose la donna a voce alta e in quel momento ricord ogni particolare di quei sette anni trascorsi lontano da casa.
Rest immobile, mentre la zampa del drago si avvicinava al suo viso e le copriva l'occhio sinistro.
"Mi vedi ora?", chiese nuovamente la voce. Lei lo vedeva ancora. La zampa copr allora l'occhio destro e dove prima c'era il drago, ora la donna vedeva solo le bancarelle del mercato.
Obbediente, disse al Drac che non lo vedeva pi. Un dolore insopportabile le lacer il cranio. Con l'artiglio, il mostro le aveva strappato l'occhio che possedeva la vista di drago.
La donna visse ancora per molti anni e raccont pi e pi volte la sua avventura. Gli abitanti della citt la presero per pazza e ignorarono i suoi avvertimenti. Cos, ogni anno, numerosi bambini sparivano nei giorni di mercato e nessuno seppe mai il perch.

La torcia alata delle citt d'Europa
Nei secoli del loro dominio di tanto in tanto, i draghi radevano al suolo le citt europee incendiandole. "Era una splendida giornata di sole", cos ha inizio una storia ambientata in Germania, "e la gente di Sanctogoarin, una cittadina sul Reno, vide volteggiare nel cielo un drago dall'aspetto inquietante; la sua coda schioccava come una frusta e quando scomparve, lingue di fuoco apparvero in tutta la citt, niente pot bloccare l'avanzare del fuoco distruttore che ridusse in cenere l'intero abitato. Il drago aveva causato la rovina di quella citt. In seguito a simili avvenimenti, si diffuse la convinzione che quando i draghi sorvolavano una citt, presto questa sarebbe stata avvolta dalle fiamme.

Da epoche precristiane fino al tardo XVII secolo, i draghi vagarono per l'Europa, osservati da cavalieri erranti, storici e naturalisti. Alcune delle localit segnate sulla mappa sono riportate qui di seguito.
I. Scandinavia: come riporta un documento del 1572, un drago viveva nella regione settentrionale della Lapponia. Era una terra cos arida e desolata, che la creatura si ridusse a cibarsi di topi.
II. Londra, Inghilterra: il 30 novembre 1222, vennero avvistati dei draghi in volo sulla citt. La loro comparsa precedette e forse caus, tempeste e gravi inondazioni.
III. Henham, Essex, Inghilterra: nel 1669, un anfibio di tre metri venne scoperto su una collinetta nei pressi della citt. Il terrificante serpente rimase nella zona per alcuni mesi, senza tuttavia provocare alcun danno.
IV. Irlanda: vuole la leggenda che nell'XI secolo, Tristano di Lyonesse avesse ucciso un drago proprio sull'isola. Tuttavia, il commentatore Giraldus Cambrensis annunci nel 1188 che l'Irlanda era libera dalla presenza di draghi, forse grazie all'intervento di san Patrizio, nel V secolo.
V. Provenza, Francia: un drago chiamato il Drac visse nel Rodano nel XIII secolo. La citt di Draguignan trae il suo nome dal mostro, anche se pare che il suo attacco pi feroce fosse avvenuto a Beaucaire.
VI. Isola di santa Margherita, Francia: in epoca medievale, su quest'isola al largo della costa francese trov rifugio un drago. Per la sua ferocia, venne spesso confuso con Tarasque, sebbene, a differenza di quest'ultimo, possedesse le ali.
VII. Drachenfels, Germania: prima che nel XII secolo a Drachenfels venisse costruita una fortezza, la montagna costituiva il rifugio di un drago che si nutriva di giovani fanciulle.
VIII. Sanctogoarin e Neidenburg, Germania: nel 1608, il naturalista Edward Topsell scrisse che Sanctogoarin era perseguitata da un drago i cui voli provocavano incendi, mentre Neidenburg era afflitta da un drago che avvelenava l'acqua dei pozzi tuffandosi in essi.
IX. Bonn, Germania: il naturalista italiano Ulisse Aldrovandi aveva nella sua collezione un lindworm, ucciso nei pressi di Bonn nel 1572.
X. Svizzera: Christopher Schorer, prefetto del cantone di Solothurn, annot l'avvistamento di un dragone alato nei pressi di Lucerna nel 1619, oltre a un incontro ravvicinato fra un cacciatore e un drago avvenuto nel 1654. L'animale pare si fosse immediatamente rifugiato nella tana sulla montagna.
XI. Roma, Italia: la Histora naturalis di Plinio il Vecchio riporta che il corpo di un drago ucciso sulla collina del Vaticano durante il regno dell'imperatore Claudio (morto nel54 d.C.) conteneva il cadavere di un bambino. Secoli dopo, nel 1660, il tedesco Athanatius Krcher esaminando un drago ucciso nei pressi della citt, rest particolarmente colpito dalle zampe palmate.
XII. Kiev, Russia: come raccontano i canti popolari russi risalenti all'XI secolo, un drago chiamato Gorynych terrorizz la regione per anni, prima che l'eroe Dobrynja lo uccidesse.

I Draghi e le Fanciulle.
Secoli fa, quando i draghi vagavano liberi per l'Asia e l'Europa, era normale ascoltare racconti in cui leggiadre fanciulle venivano sacrificate per placare l'ira selvaggia del mostro. Per esempio, se un drago perseguitava una citt, una giovane veniva incatenata a una roccia fuori dall'abitato, perch tale offerta potesse evitare alla comunit ulteriori razzie. Il rapporto fra fanciulla e drago era per molto pi complesso di quanto le leggende lascino supporre. I poteri che le donne avevano sui draghi erano sorprendenti e misteriosi, come illustrano i brevi racconti riportati nelle pagine seguenti. Alcune donne dotate di poteri magici dimostravano un certo affetto, o per lo meno tolleranza, nei confronti dei draghi. Soggiogavano quelle creature sia per utilizzare la loro forza a scopi malvagi che per renderle innocue. Spesso la cattura di una fanciulla non portava alla sua morte ma alla sconfitta del drago che l'aveva catturata.
In Serbia viveva una fata cos potente che, ogniqualvolta lo desiderasse, poteva assumere le sembianze di un uccello dalle piume d'oro. Un giorno, cattur e rinchiuse un drago nelle prigioni del suo palazzo ma il marito liber involontariamente la bestia, che afferr la donna e la port nella sua tana. Trascorsero molti mesi prima che il marito riuscisse a liberare la fata e uccidere il drago.
A cavallo del suo drago alato, il seducente spirito francese chiamato la Succube sorvolava la campagna alla ricerca di giovani e coraggiosi avventurieri, per trasformarli in amanti e vittime: il suo bacio era infinitamente dolce ma succhiava la forza vitale dal corpo dei mortali.

Il guardiano del tesoro.
nella regione francese delle Alpi e nei vicini cantoni svizzeri, viveva un drago chiamato vouivre, nome derivato dal latino vipera. Il vouivre era una creatura maestosa, che portava gioielli preziosi quanto i tesori che si diceva custodisse. Le sue squame brillavano come diamanti; sul capo portava una corona di perle e al centro della fronte troneggiava un granato rosso che serviva da occhio. La pietra era cos luminosa che quando volava, il drago sembrava avvolto dalle fiamme e per secoli i genitori francesi raccontarono ai loro figli che le stelle cadenti indicavano il suo passaggio nel cielo stellato.
Una volta all'anno, la creatura diventava vulnerabile; lasciava la sua tana (le rovine di un antico castello o di un'abbazia, o forse la grotta o il crepaccio di una montagna) e volava verso i laghi e i fiumi per bagnarsi e abbeverarsi. Quando entrava nell'acqua, toglieva il prezioso granato e lo appoggiava sul terreno. In quello stato di completa cecit, placava la sua sete. Una situazione simile sembrava offrire grandi opportunit e i contadini della regione amavano ripetere che chiunque fosse stato tanto coraggioso da avvicinarsi alla bestia e rubare la pietra sarebbe diventato ricco come un re, mentre il drago, privato della vista, sarebbe morto in breve tempo. Erano solo supposizioni, il feroce drago infatti visse per secoli e in nessuna leggenda si racconta di un intrepido eroe entrato in possesso del suo straordinario tesoro.

Il serpente e la croce.
Stando alle leggende di epoca cristiana, con l'avvento di tale dottrina il potere dei draghi Inizi a svanire. Fra tali racconti, spicca quello di Margaret, una delle prime cristiane vissute ad Antiochia. Il governatore della citt, un pagano di nome Olybus, si innamor della fanciulla ma, offeso dal suo rifiuto, la imprigion. La leggenda vuole che in cella un drago minacciasse la fanciulla, per poi scappare appena quest'ultima sollev una croce di legno. Secondo altre versioni, il drago divor la santa e la croce che la donna portava crebbe dentro all'animale fino a farlo scoppiare. Margaret emerse sana e salva dal ventre del mostro e da allora divenne la santa protettrice delle donne che si accingevano a partorire.


CAPITOLO 4.
L'ALBA DEGLI EROI.

In un'epoca caratterizzata da imprese valorose, coloro che affrontavano e uccidevano i draghi guadagnavano fama ed onore dimostrando audacia e coraggio al di sopra del comune. Di quei valorosi soldati, san Giorgio fu il campione; protetto da un'armatura d'argento, a cavallo di un i fiero destriero bardato con finimenti in oro e sventolando l'emblema della cristianit(una croce rossa su campo bianco), 'galoppava" fra storie e canzoni d'Europa, foriero dell'ordine e della civilt cristiana e castigatore di draghi. La sua fama era tale che, per secoli dopo la sua morte, venne eletto protettore di Inghilterra, Catalogna, Aragona, Italia e Grecia e onorato in paesi distanti e diversi l'uno dall'altro quali la Lituania, il Portogallo e Costantinopoli. In Inghilterra, il 23 aprile, giorno a lui dedicato, era festa nazionale e in tutto il paese si svolgevano processioni e festeggiamenti. In suo onore inoltre, venne creato l'ordine cavalleresco della Giarrettiera, il pi alto ordine inglese.
San Giorgio era il patrono di tutti coloro che avevano a che fare con guerre e battaglie (cavalieri, arcieri, sellai e fabbri); era inoltre il protettore dei crociati nelle lotte contro i Saraceni.
Narra la leggenda che il santo apparve ai cristiani nella battaglia di Antiochia nel 1098 e quindi in quella di Gerusalemme, infondendo nuovo spirito e coraggio a un esercito ormai stremato e conducendolo alla vittoria. Da allora, il grido di battaglia dei crociati fu il nome di san Giorgio.
Chi era in realt? Pochi lo sanno, poich la sua figura si perde nella leggenda. Di lui si disse che uccise i draghi a Mansfeld, nel centro della Germania, che colp a morte un drago anche in Inghilterra, nel Berkshire, su quella
che veniva indicata come la collina del Drago, dove il sangue della creatura aveva avvelenato il suolo impedendo la crescita della vegetazione. Eppure, la prima leggenda che vede impegnato san Giorgio contro un drago non  ambientata in Europa ma molto pi a sud, in Africa.
Ecco che cosa accadde: all'epoca in cui i Romani potevano giustamente chiamare il mare Mediterraneo, Mare Nostrum, la provincia della Libia faceva parte dell'impero romano. Era una regione lunga e stretta, chiusa fra le acque del Mediterraneo e la sabbia del Sahara ma estremamente produttiva.
Campi d'orzo si alternavano a quelli di grano, creando una distesa ininterrotta che correva per centinaia di chilometri e forniva le provviste necessarie per riempire i granai imperiali. Mandrie e greggi ingrassavano nutrendosi della sovrapproduzione di granaglie o pascolando nei prati verdi che si estendevano nelle valli lungo il confine col deserto, dove non era possibile seminare.
Silene, la citt pi importante della regione, divenne ricca e florida grazie anche al governo di sovrani che, pur di mantenere la pace, pagavano di buon grado i tributi chiestile dai Romani. Un conquistatore peggiore delle legioni di Roma, per, sconvolse la calma e la prosperit della citt.
Un drago feroce, spuntato all'improvviso dalle colline aride e brulle che dividevano la fertile pianura costiera dal deserto, si stabil in una palude non lontano dalle mura della citt. I segni della sua presenza emersero poco a poco. Carcasse maciullate di mucche e pecore venivano trovate in pascoli lontani e a volte i cadaveri martoriati di viandanti e pastori venivano alla luce lungo il confine col deserto. Poi, la morte si avvicin ai villaggi e agli agglomerati rurali nei pressi della citt. I bambini morivano e cos le mucche nelle stalle e le pecore negli ovili. A Silene cominci a diffondersi la paura. Di sera, il coprifuoco venne anticipato e i grandi portali chiusi. Pochi erano cos incoscienti da trascorrere la notte fuori delle mura.
Il drago privato delle sue facili prede, sferr l'attacco a Silene alla luce del sole. La sentinella di guardia all'ingresso della citt sent la terra tremare; scrut l'orizzonte e vide avanzare una creatura mostruosa, dalle squame lucenti, avvolta in una nuvola di fumo. L'uomo diede immediatamente l'allarme. I portali vennero chiusi e rinforzati con barricate. La gente si affoll sulle mura per vedere il serpente dalla solida corazza e le zampe dai lunghi artigli avvicinarsi alla citt.
Il drago non attacc subito. Strisci intorno ai bastioni, annusando le crepe e mettendo alla prova la propria forza spingendo i portali che resistettero nonostante la forte pressione. Sulle mura, uomini e donne si lasciarono sfuggire un sospiro di sollievo ma il drago sollev il muso possente, emise un grido terrificante e sput un liquido fetido e incandescente che si rovesci sulle mura e sulle merlature, investendo i cittadini che vi si erano radunati; contorcendosi e gridando per il dolore, i malcapitati precipitarono a terra e vennero immediatamente divorati dal drago.
Inizi cos un periodo di angoscia e terrore. La citt era assediata: ogni giorno il drago strisciava fino alle mura e sputava il liquido velenoso sui bastioni. Al di l delle mura di cinta, i villaggi erano immersi nel pi assoluto silenzio, i campi erano deserti: contadini e pastori erano fuggiti o erano stati divorati dalla bestia feroce. All'interno della citt, la gente non lasciava le proprie case. Le strade erano vuote, i mercati e le piazze deserti.

Nessuno osava affrontare il drago
poich il suo veleno non lasciava scampo, lance e spade erano inutili contro quel terribile avversario.
Per cercare di acquietare la bestia
feroce, il re di Silene ordin che ogni giorno due pecore venissero legate fuori dalla citt. La tattica sembr
funzionare. All'alba, i soldati legavano le pecore a un palo, per poi rifugiarsi dietro i bastioni insieme al resto della cittadinanza, mentre il drago sbranava le vittime. Sazio e soddisfatto, il mostro tornava nella palude. Giunse per il giorno in cui in citt non ci furono pi pecore da sacrificare e il drago riprese a girare intorno all'abitato, sputando il micidiale veleno su qualsiasi essere vivente.
 Inizi cos il triste sorteggio. Ogni giorno prima dell'alba, la popolazione di Silene si radunava nella piazza davanti al palazzo del re. Da una grande urna di ottone venivano estratti dei gettoni di avorio che in tempi felici erano stati utilizzati per il gioco d'azzardo. Ora la posta in gioco era molto pi alta: chi perdeva pescando il gettone segnato era condannato a morire, per permettere ai concittadini di vivere almeno un giorno di pi. Pianti e lamenti si levavano al cielo quando veniva pronunciato il nome della vittima che veniva legata al palo fuori dalla citt, proprio come le pecore in precedenza e moriva fra le stesse atroci sofferenze.
Un mattino, il gettone della morte venne estratto dalla figlia del re. La folla, ormai notevolmente ridotta per i sacrifici giornalieri, indietreggi. Il re rest immobile, di sasso. Scosse la testa disperato, mentre le lacrime gli bagnavano le guance. Quando, per, la gente inizi a mormorare, fece un cenno alle guardie, che si avvicinarono alla principessa.
L'accompagnarono all'interno del palazzo, dove le ancelle la vestirono di bianco, come una sposa pronta a incontrare il suo compagno. Poi si incamminarono per le strade silenziose fino al punto del martirio. I soldati legarono la fanciulla al palo e la lasciarono al suo destino.
Mentre la bestia dormiva ancora nella sua tana, all'orizzonte apparve un cavaliere. I raggi del sole colpivano la sua armatura argentea, creando una sorta di alone luminoso intorno al suo corpo mentre avanzava verso la principessa attraversando campi secchi e brulli, dove gli uccelli non cantavano pi. Era Giorgio, cavaliere romano e cristiano, come testimoniavano le croci rosse sul suo cinturone. Era partito dalla sua terra in cerca di avventure e, giunto accanto alla principessa, smont da cavallo per ascoltare il suo racconto.
La fanciulla preg il cavaliere di andarsene e lasciarla morire. L'uomo scoppi in un'allegra risata, salt sul possente destriero e si diresse verso la tana del drago. Il rumore degli zoccoli svegli il mostro che emerse dalla tana pronto a sputare fuoco e veleno ma il cavaliere fu su di lui prima che potesse prendere fiato e gli affond la lancia nel fianco.
Dalla bocca il veleno col a terra. Il guerriero si prepar a sferrare il colpo finale. Il modo in cui il drago mor  materia di discussione. Tutte le cronache del tempo concordano sul fatto che il cavaliere lo uccise. Secondo alcune per Giorgio inflisse il colpo mortale sul posto, mentre per altre disegn con la spada una croce sul ventre della bestia ferita e la trascin quindi a Silene. L, come ricompensa per l'impresa, chiese che la citt si convertisse al cristianesimo e quando il nuovo credo venne accettato, decapit il mostro.
In alcuni resoconti la principessa diventa la moglie del cavaliere. Comunque fossero andate le cose, campione del nuovo ordine del mondo, uccise l'incarnazione del vecchio ordine. Tuttavia, le antiche credenze e l'antico disordine non scomparvero immediatamente. Lo stesso Giorgio, secondo quanto riportato da alcune cronache, venne ucciso dai pagani per la sua fede con la
stessa ferocia che i draghi riservavano alle loro vittime; venne torturato per sette giorni con coltelli affilati, gli spezzarono le ossa e lo seppellirono vivo nella calce.
Comunque, prima che il mondo diventasse un luogo sicuro per l'umanit, molti altri valorosi cavalieri avrebbero affrontato e ucciso i temibili draghi.
Naturalmente, molti altri lo avevano preceduto. La battaglia fra le creature del caos e quelle mortali era molto antica. Le prime divinit (Marduk e Zeus, Apollo e Thor) combatterono i draghi nella notte dei tempi. Anche la loro progenie mortale dovette lottare pi e pi volte contro quelle feroci creature.
La pi grande ricompensa per chi uccideva un drago era la gloria eterna, quella gloria che avrebbe mantenuto vivo nel cuore della gente il nome dell'eroe, anche quando quest'ultimo fosse morto.
I nomi dei pi valorosi eroi (Perseo, Ercole, san Giorgio, Sigfrido e Volsung) sono sopravvissuti nei secoli.
Pare che anche Alessandro Magno avesse ucciso pi di un drago. La sua audacia e il suo coraggio erano tali che si narra fosse stato generato proprio da una di quelle creature, sebbene gli studiosi pi insigni affermino che, la notte prima di partorire, la madre sogn semplicemente di dare alla luce uno di quei mostri.
Oltre alla fama esistevano per anche altre ricompense. Dal sangue dei draghi, coloro che li uccidevano traevano poteri inaccessibili agli altri mortali, quali la comprensione del linguaggio degli uccelli e degli altri animali e l'invulnerabilit alle ferite. Molti eroi, come san Giorgio e Perseo, ebbero in premio una moglie. Altri entrarono in possesso di tesori favolosi, come Beowulf e Sigfrido. La ricompensa, che fosse la gloria, il potere o un tesoro, non  fondamentale per comprendere l'epoca dei cacciatori di draghi, sebbene per alcuni abbia costituito una valida motivazione. Quei soldati combattevano per liberare la terra da un fardello insopportabile, per sconfiggere il nemico e assicurare cos la sopravvivenza degli esseri umani. Era come se le creature ancora in vita dall'inizio del mondo ora non appartenessero pi alla terra: avvelenavano l'aria, rendevano sterili i campi, divoravano mandrie e greggi e uccidevano gli uomini. I draghi dovevano essere eliminati.
Non tutti i draghi erano distruttori. Alcuni avevano fama di sedentari e solitari guardiani delle acque dalle quali erano sorti e dei tesori della terra. Tali tesori erano tuttavia oggetto di desiderio da parte dei mortali e quindi gli antichi guardiani del mondo dovevano perire insieme ai draghi feroci e devastatori.
Alcuni draghi guardiani vivevano nelle remote valli del Galles e nei misteriosi laghi scozzesi; venivano avvistati raramente ma erano molto temuti dai pescatori. Altri abitavano nei laghi e nei fiumi irlandesi, pronti a proteggere in ogni modo ci che restava di un mondo antico. Una di queste creature viveva un tempo nel Connacht, a guardia di un albero magico. La presenza del drago venne scoperta da un principe durante un viaggio, intrapreso per ottenere la
mano di una fanciulla. In realt, il nobile fu vittima di un tradimento.
Il principe si chiamava Frech ed era un semi-mortale. La madre era infatti una principessa dei Tuatha de Danann, la nobile razza dotata di poteri magici che un tempo aveva dominato l'Irlanda.
Quando nacque la leggenda, i Tuatha erano stati da tempo relegati nei reami sotterranei e cercavano di portare avanti una tregua non facile con gli umani che avevano conquistato la terra.
Il principe, che viveva fra i mortali, aveva ereditato la bellezza, il coraggio e la generosit dei suoi nobili avi. "Di tutti gli eroi di Erin e Alba", scrisse un cronista dell'epoca, "era lui il pi bello, effimera soddisfazione dato che la sua vita fu cos breve". Frech era alto e possente, dai capelli neri come le piume di un corvo e gli occhi del colore della nebbia che circonda i picchi delle montagne del Connacht. Alla sua corte vivevano cinquanta principi giovani e valorosi quanto lui.
A quell'epoca, la regina del Connacht era Maeve, coraggiosa guerriera affamata di uomini quanto di guerre. Era in stato di continuo conflitto con la vicina provincia dell'Ulster e pretendeva dai suoi mariti - che furono numerosi - coraggio, generosit e assoluta mancanza di gelosia. Tuttavia, i suoi compagni erano spesso caratterizzati da qualit poco nobili e Ailill, il suo ultimo consorte, uomo subdolo e furtivo, non costituiva un'eccezione.
Stranamente, quella coppia odiosa aveva una figlia bella e generosa: Findabair. La fanciulla sent descrivere la bellezza e la forza di Frech e inizi a struggersi per lui, pur non avendolo mai visto. Il giovane venne ben presto a conoscenza dell'amore della fanciulla, poich a quell'epoca le notizie viaggiavano portate da ambulanti e bardi che si spostavano da una corte all'altra. La principessa costituiva indubbiamente un premio degno di lui e il giovane decise di chiederne la mano. Part cos alla volta della pianura di Cruachan, al centro della quale, su una collinetta denominata Rathcroghan, si ergeva la fortezza di Maeve.
La sentinella di Maeve fu la prima ad avvistare l'esercito di Frech e le sue esclamazioni di stupore fecero accorrere i soldati della regina.
Frech e i suoi uomini risplendevano della magnificenza dei figli dei Tuatha. I loro mantelli erano blu con fibbie d'oro rosso e indossavano tuniche bianche ricamate con fili d'oro.
Gli scudi erano sbalzati in argento e le lance incastonate con pietre preziose.
Cavalcavano eleganti destrieri grigi e i segugi che saltellavano intorno a loro avevano collari d'argento ai quali erano appese mele d'oro. Era chiaro che l'esercito di Frech veniva in pace: giullari dai capelli dorati danzavano davanti all'armata, seguita da tre alti arpisti, i cui preziosi strumenti erano protetti da foderi di pelle di lontra, chiusi con ganci di rubini. Dopo essersi presentati, gli stranieri vennero ammessi nel cortile della fortezza, dove Maeve e Ailill li attendevano. La regina, alta e possente, i lunghi capelli lucenti sciolti sulle spalle, troneggiava accanto al marito di corporatura minuta. Sulle spalle della donna erano appollaiati due uccelli d'oro che, si diceva, fossero i suoi consiglieri, poich Maeve possedeva poteri magici. Frech si inginocchi in segno di saluto davanti alla regina, che lo osserv attentamente mentre pronunciava le rituali parole di benvenuto. All'epoca l'ambiguit era di norma e Frech aveva mantenuto volutamente il riserbo sul motivo della sua visita. I suoi uomini lasciarono le armi nella corte esterna del castello e si unirono alla compagnia reale. Per due settimane furono graditi ospiti, cacciando nei campi attorno alla fortezza.
Di notte festeggiavano nel salone reale, al dolce suono delle arpe. Sera dopo sera, Frech sfidava la regina a scacchi, sapendo che la donna non avrebbe resistito; se non poteva combattere in una vera guerra, Maeve amava lottare con fanti e pedine d'oro e d'argento.
Mentre giocavano, la regina lanciava sguardi languidi al principe, poich il giovane suscitava il suo desiderio. Il fatto che a corte avesse gi un amante e un marito non aveva alcuna importanza: ci che voleva, riusciva sempre ad ottenerlo.
Frech, invece, voleva la figlia non la madre e trattava la regina con ossequiosa deferenza e nulla pi.
Sebbene il principe aspettasse pazientemente e si tenesse occupato con i piaceri della vita di corte, Findabair non si fece vedere. Un mattino, il giovane si alz poco dopo l'alba per andare a bagnarsi nel fiume che scorreva vicino alla fortezza e l, fra i giunchi, vide Findabair. La figlia di Maeve era bella e luminosa come la luce dell'alba e i cronisti riportarono che i due giovani si innamorarono a prima vista. Qualcuno scrisse che quel mattino, Findabair regal a Frech un anello d'oro; tutti comunque concordarono sul fatto che dopo il fatidico incontro, il principe si rec nella sala delle udienze del castello, dove chiese al re e alla regina la mano della fanciulla.
La regina fiss il principe impassibile e accarezz l'uccello appollaiato sulla sua spalla. Non apr bocca, sebbene avesse le guance in fiamme, poich mai avrebbe pensato di trovare una rivale nella propria figlia. Infine, bisbigli alcune parole al marito. E il re finalmente parl: "Potrai avere mia figlia ma dovrai pagare un prezzo".
"Chiedi ci che vuoi e lo avrai", rispose il principe.
Purtroppo il prezzo fissato dal sovrano era assurdo: pretendeva infatti i tesori dei Tuatha de Danann oltre a sessanta destrieri grigi con briglie d'oro e dodici mucche incantate, ognuna con un vitello bianco dalle orecchie rosse. Voleva inoltre che Frech mettesse le proprie forze al servizio suo e della regina, per creare forti alleanze in vista delle guerre che Maeve stava progettando.
Frech rifiut. "Non pagherei quel prezzo nemmeno per avere Maeve", rispose. La regina serr le labbra: sebbene quella risposta la anteponesse alla figlia, era una donna abituata a galanterie di ben altro genere. Il principe si inchin e usc dalla sala.
A quel tempo esistevano altri modi per ottenere una moglie. Il pi semplice era rapire la fanciulla. Frech lo sapeva, ma anche il re e la regina ne erano consapevoli. Appena il
giovane ebbe lasciato la sala, Ailill disse: "Se rapisce Findabair si unir sicuramente ai tuoi nemici e marcer con il loro esercito contro di noi. Saremo pi sicuri se lo uccidiamo ora".
"Sarebbe disonorevole uccidere un uomo disarmato", comment Maeve.
"Un atto simile pu essere compiuto senza perdere l'onore", replic Ailill e spieg alla moglie il suo piano. Quando ebbe terminato, sul volto della regina apparve il sorriso.
Insieme, Ailill e Maeve raggiunsero un fiume che scorreva lungo la pianura di Cruachan. Al centro del letto del fiume sorgeva un'isola. Era un luogo sacro e accanto ad esso, nell'acqua, si nascondeva il suo guardiano, particolare conosciuto soltanto a Maeve e Ailill.
Frech non era lontano; si era unito ai soldati di Maeve e Ailill in una battuta di caccia e la compagnia stava ora riposando all'ombra degli alberi, circondata da segugi ansanti e cavalli accaldati.
Raggiunto il gruppo, la regina si avvicin a Frech e sorridendo disse: "Non lasciamoci prendere dall'ira, giovane principe. Se lo si desidera veramente  sempre possibile trovare un accordo e mia figlia potrebbe essere tua". Si sedette accanto a lui sull'erba, gli porse la mano da baciare e inizi a chiacchierare amabilmente.
Dopo qualche minuto, indic le acque scure del fiume ed esclam: "Hai la fama di grande nuotatore. Non vuoi nuotare per noi?".
Frech era effettivamente bravo ma nuotava raramente, poich era stato predetto che sarebbe morto nell'acqua. Maeve, grazie ai suoi uccelli consiglieri, era a conoscenza della profezia.
Il giovane esit. "Nessuno dei tuoi uomini si bagna in quelle acque. C' forse qualche pericolo?".
"Nessuno che io sappia", rispose la regina. "Hai forse paura?".
In risposta, il principe si tolse la tunica e gli stivali e si tuff in acqua, risalendo la corrente con potenti bracciate.
"Un nuotatore veramente possente", comment Maeve. "Perch non nuoti fino a quell'isola laggi?".
"Certo".
"L sulla riva cresce un sorbo rosso", prosegu la regina. "Portamene un ramo, come prova del tuo coraggio". Il sorbo era da sempre un albero della vita: i rami, le foglie e le bacche possedevano grandi poteri: ridavano la giovinezza agli anziani e proteggevano gli esseri umani dagli influssi del diavolo. L'albero stesso era quindi sacro e circondato da un alone di mistero. Maeve lo voleva per assicurarsi la forza necessaria in battaglia e preservare bellezza e giovent ma in quel momento quelle non erano le uniche motivazioni ad averla spinta a domandare un ramo di sorbo.
Frech inizi a nuotare verso l'isola.
Lungo la riva, gli uomini di Maeve si alzarono, socchiudendo gli occhi per ripararsi dai raggi del sole. Nessuno di loro aveva mai osato avvicinarsi all'isola e all'albero incantato, poich nessuno sapeva che cosa sarebbe successo se qualcuno avesse profanato il luogo sacro.
Froech raggiunse l'isola e usc dall'acqua, alto e pallido, i capelli neri luccicanti. Si avvicin all'albero sacro e ne strapp un ramo carico di bacche rosse. I soldati sulla riva osservavano la scena in
silenzio ma non accadde nulla e dopo pochi istanti, Frech era nuovamente nel fiume.
Si allontan velocemente dall'isola, tenendo il ramo in una mano.
Improvvisamente, la sua testa scomparve e l'acqua nera inizi a ribollire. Dalla riva, gli uomini videro un bagliore di squame, poi udirono un ruggito. Un istante dopo, la testa del principe emerse dall'acqua e tutti i presenti videro denti lunghi e affilati piantati nella sua spalla e rivoli di sangue, rossi come le bacche del sorbo, scorrere sulla pelle bianca.
Frech grid perch qualcuno gli lanciasse un'arma. I soldati della regina si voltarono per raccogliere le loro lance ma si fermarono a un cenno della loro sovrana. "Lasciamolo combattere se  capace", afferm con un sorriso malvagio.
In quell'istante, Maeve venne spinta di lato da una figura esile. Findabair era l, i capelli dorati che risplendevano sotto i raggi del sole. Da dove fosse arrivata, nessuno lo sapeva ma in una mano teneva la spada dall'impugnatura d'oro di Frech. Si tuff in acqua dirigendosi verso il centro del fiume, dove il principe combatteva. Imprecando, Ailill lanci una lancia mirando al cuore della ragazza ma la manc e Findabair continu a nuotare.
Era impossibile capire come stesse procedendo la lotta, poich il fiume ribolliva. La testa d'oro si avvicin al luogo della battaglia e quella nera apparve accanto a lei; poi la spada di Frech scintill nell'aria.
Dopo alcuni istanti, Findabair emerse in un ribollio di acqua insanguinata, si avvicin alla riva e, volgendo le spalle ai genitori, raggiunse i soldati; uno di essi la copr con il proprio mantello.
All'improvviso le grida cessarono e il silenzio regn sovrano, al punto tale che i presenti distinsero chiaramente il ronzio di un'ape che si librava sull'acqua. Ad un tratto, dal fiume emerse la figura imponente di Frech, un braccio sollevato verso il cielo per brandire, come una spada, una testa
immensa, ricoperta di squame, gli occhi bianchi, la bocca spalancata, la lingua enorme a penzoloni.
Rivoli di sangue nero sgorgavano dal collo della bestia decapitata ma anche Frech sanguinava.
Dove c'era il braccio sinistro, una ferita spaventosa scopriva il bianco dell'osso maciullato. Il principe avanz barcollando sulla riva e croll al suolo, mentre la testa del drago rotolava lontano. Frech era morto, ucciso dall'inganno di Maeve e Ailill.
Cos si spense il pi valoroso eroe d'Irlanda e le donne dei Tuatha, intonando lamenti funebri, lo andarono a prendere e lo portarono via.
Secondo alcuni cronisti, le fate ridonarono la vita al giovane, punirono con la morte Maeve e Ailill e diedero Findabair in sposa a Frech.
La maggior parte dei resoconti sottolineano come la malvagia Maeve riusc a vendicarsi spingendo il giovane in una battaglia che non avrebbe potuto vincere e come pur di non arrendersi, quest'ultimo mor. Findabair trascorse il resto della vita a piangere l'amato. In tutti i racconti, tuttavia, Frech uccide il drago che faceva la guardia al sorbo rosso. Cos, un altro strumento magico e proibito cadde nelle mani degli uomini.
Non erano solo principi e cavalieri ad uccidere i draghi, anche persone comuni infatti affrontavano quelle bestie feroci.
Narra una leggenda che un giorno, nella foresta di Shervage nel Somerset, un boscaiolo si concesse un po' di riposo sedendosi sul tronco di un albero caduto. Improvvisamente, il tronco cominci ad agitarsi; l'uomo, senza pensarci, afferr l'ascia e lo tagli in due.
Quello era un drago e il boscaiolo lo aveva ucciso. Si trattava molto probabilmente di una storia apocrifa, un racconto ideato dai contadini per farsi beffe dei feudatari; generalmente la leggenda terminava con le buffe peripezie delle due met del drago che si rincorrevano per giorni nella campagna senza riuscire a riunirsi.
Esistono, inoltre, leggende di viandanti che uccisero i draghi Ficcando palle di pece e paglia nella gola delle mostruose creature; accese dal calore sprigionato dall'intestino delle bestie, le palle esplodevano, distruggendo gli animali.
A quell'epoca, gli uomini del popolino generalmente non si cimentavano in guerre o battaglie, poich quelle erano imprese riservate ai nobili.
La maggior parte dei draghi veniva quindi uccisa da uomini d'alto lignaggio, esperti nell'arte del combattimento.
Ogni sette anni, i piccoli nobili venivano mandati alle corti di re o grandi feudatari, dove lavoravano come paggi e venivano addestrati per diventare cavalieri. Di sera, i ragazzini servivano re e signori e dormivano sui canneti che ricoprivano i pavimenti delle sale e di giorno, seguivano le "lezioni". I novellini trascorrevano ore e ore in nascondigli ombrosi circondati da uccelli incappucciati, imparando dai mastri falconieri l'arte della caccia col falco. Nei campi praticavano la caccia, inizialmente con umili falchi da allenamento e quindi con imponenti astori e, se il loro lignaggio era sufficientemente elevato, con falchi pellegrini e persino possenti aquile. Sebbene la caccia col falco fosse semplicemente uno sport, imparare a trattare i difficili rapaci insegnava ai ragazzi ad agire con
pazienza e astuzia. I ragazzini si allenavano al tiro all'arco su appositi campi, dove lanciavano le frecce mirando a fantocci di paglia.
Trascorrevano giornate intere cavalcando sui campi della giostra, colpendo manichini di legno dipinti come cavalieri e anelli in ottone sospesi in aria.
Imparavano a bilanciare uno spadone col movimento del cavallo e, abbandonato il destriero, combattevano l'uno contro l'altro con spade spuntate cos pesanti da dovere essere sorrette con entrambe le mani. Imparavano inoltre a controllare l'oscillazione della mazza (una micidiale palla di ferro ricoperta di chiodi, appesa a una catena).
Tutto ci per rafforzare i deboli muscoli infantili, aguzzare la vista e migliorare la capacit di coordinamento dei movimenti, stimolando l'agilit. Da innocui ragazzini, i piccoli si trasformavano in pericolosi soldati, uomini combattivi controllati dal rigido codice d'onore che governava la cavalleria.
I ragazzi venivano addestrati a cimentarsi nelle guerre che scoppiavano continuamente (non solo le crociate ma battaglie fra regni, imperi vicini o semplicemente fra piccoli baroni). Quando non c'erano conflitti da combattere, i cavalieri si tenevano in forma con la caccia e i tornei. Oppure, come nel caso di san Giorgio, partivano alla ventura, in cerca di quell'impresa che avrebbe donato loro la gloria e la fama tanto agognate.
Sigurd il Volsung era uno di quei giovani. A differenza degli altri ragazzi del suo rango, per, non veniva addestrato per la guerra ma per conquistare l'arguzia e la forza necessarie per uccidere un drago. La sua storia ebbe inizio molti anni prima della sua nascita.
Secoli e secoli fa, un re gnomo governava una terra settentrionale ai margini del mondo. Come altri gnomi, il re era particolarmente dotato nelle attivit manuali e possedeva la conoscenza dei segreti della natura ma era completamente dominato dalla cupidigia. Utilizzando sistemi vigliacchi e spregevoli si era impossessato dell'oro degli elfi, a causa del quale il figlio Fafnir, ugualmente avido, lo aveva assassinato.
Fafnir aveva un fratello, Regin, anch'egli bramoso di ricchezze, ma al contempo estremamente codardo; quando Fafnir lo minacci, fugg senza pensarci due volte.
Gli gnomi, si sa, vivono a lungo. Passarono i secoli e il castello del re gnomo cadde in rovina. Fafnir si rifugi allora col suo tesoro in un luogo lugubre e desolato chiamato Gnita Heath, non lontano da quella che un tempo era la dimora paterna. Divorato dalla cupidigia, si liber di tutti i mortali per sorvegliare personalmente le sue ricchezze ma quel tesoro era costituito dall'oro degli elfi e come tale aveva poteri magici.
Fafnir il patricida, che odiava sia gli gnomi che gli esseri umani, perse ogni somiglianza con la sua razza o con quella umana. Lentamente si trasform in un mostro, una creatura immensa ricoperta di squame che sputava un veleno letale. La creatura che viveva solitaria nella caverna di Gnita Heath non era pi uno gnomo bens un drago, sebbene conservasse l'antica conoscenza propria della razza degli gnomi. Regin, intanto, vagava per il mondo consumato dalla cupidigia, dall'odio e dalla paura. Era piccolo e scuro, avaro e arcigno ma possedeva abilit tali da permettergli di
guadagnarsi da vivere. Insegnava agli uomini l'eredit degli gnomi e cio le arti del fabbro, del medico e dell'arpista e aspettava pazientemente il giorno in cui avrebbe trovato l'eroe valoroso che avrebbe ucciso il drago, consentendogli di vendicarsi dell'odiato fratello. Quel giorno giunse durante il regno di Hialprek, signore dei Danesi. Il re teneva Regin a corte come mastro fabbro. Hialprek spos Hiordis, la vedova di un eroe appartenente a un grande clan, morto sul campo di battaglia. Dal primo marito, la donna aveva avuto un figlio, Sigurd, l'ultimo dei Volsung. Hiordis diede altri figli al re ma nessuno emanava quella luce che contraddistingueva Sigurd. Era splendente come il sole, forte e coraggioso pi dei suoi coetanei. Quando Regin vide per la prima volta il robusto ragazzino, cap di avere trovato l'uomo che cercava. Il suo comportamento non cambi, rest scontroso come sempre ma prepar il suo piano e attese con pazienza.
Alla corte di Hialprek, Sigurd viveva felice, impegnato nei giochi con i nuovi fratelli e nell'addestramento alle arti dei soldati. Il bambino cresceva velocemente e quando divenne un ragazzo, abile nell'uso delle armi ma ancora indisciplinato, Regin chiese udienza al re. Disse a Hialprek, che poich stava invecchiando, avrebbe voluto avere un discepolo al quale tramandare la conoscenza e la saggezza degli gnomi.
Hialprek rispose che l'avrebbe cercato ma Regin lo interruppe, affermando che Sigurd era il giovane che cercava.
Cos Regin divenne il maestro di Sigurd. Fra i due non c'era affetto, poich lo gnomo aveva mantenuto il suo carattere silenzioso e ostile.
Tuttavia era un insegnante paziente.
Sigurd impar a suonare l'arpa e a cantare le ballate con una voce cos melodiosa da sembrare quella di un incantatore. Divenne un ottimo fabbro (qualit all'epoca non trascurabile), pur non raggiungendo mai il maestro. Impar a curare ferite e malattie e scopr le propriet di piante ed erbe. Regin osservava e aspettava fino a quando Sigurd, come tutti i coetanei, cominci a dare segni di irrequietezza. Un giorno, lo gnomo se ne stava ai bordi del campo dove Sigurd tirava all'arco in compagnia dei suoi fratelli. Quando ebbero finito, Regin chiam il giovane, che lo raggiunse immediatamente gettandosi sull'erba.
"Sei pi forte e sicuro dei figli del re", comment lo gnomo. In risposta, Sigurd scoppi in un'allegra risata, rotolandosi sulla schiena. Ci che Regin aveva detto era vero ma il giovane aveva una personalit solare e amava veramente i fratelli.
"Loro diventeranno re, mentre tu non avrai niente", sottoline lo gnomo. "Il figlio di un eroe dovrebbe essere qualcosa di pi di un semplice cavaliere in una piccola corte di provincia", Sigurd non rispose; scroll le spalle e si allontan. Il seme era stato piantato.
Alcuni giorni dopo, il ragazzo apparve alla porta del fabbro. Lo gnomo sollev lo sguardo e il fuoco della forgia riflett ombre inquietanti sul suo viso. Non apr bocca ma appoggi il martello che stava forgiando.
"Che cos'altro potrei fare se non starmene qui?", domand Sigurd, senza troppi preamboli.
"Cercare la tua strada nel mondo", rispose Regin. "Cercare l'avventura, rincorrere la gloria". Riprese in mano il
martello ma Sigurd domand: "Dovrei mettermi al servizio di un re pi grande?".
"Chi vuole diventare potente deve trovare la propria via, non seguire quella di altri", rispose lo gnomo. "E allora, che cosa devo fare?", chiese il giovane.
Regin pos gli attrezzi e si pul le mani.
"Siediti", ordin. Rest in silenzio con lo sguardo fisso sul fuoco. "Sono stato defraudato", afferm infine e raccont la storia del fratello che aveva ucciso il padre e rubato l'oro che avrebbe dovuto essere diviso. Gli raccont anche che Fafnir si era trasformato in drago.
Al termine del racconto, lo gnomo aggiunse che l'uccisione del drago e il recupero dell'oro avrebbero consentito al giovane di diventare un eroe valoroso, degno del nome che portava. Per quanto lo riguardava, sottoline infine, non gli importava niente dell'oro: voleva soltanto mangiare il cuore del drago per riottenere l'antica saggezza degli gnomi che aveva ormai perso dopo anni di insegnamento agli uomini. Era una menzogna: Regin voleva l'oro pi della stessa vita; lo voleva quanto voleva la morte del fratello.
Sigurd, tuttavia, era giovane e ingenuo e non lesse l'avidit negli occhi dello gnomo, n avvert la cadenza lamentosa assunta dalla voce di Regin al solo parlare dell'oro. "Uccider il drago se mi forgerai una spada", rispose il ragazzo.
Regin acconsent e per giorni e giorni lavor nella sua fucina per modellare un possente spadone. Quando fu pronto, mand a chiamare Sigurd. Il giovane controll l'equilibrio
della spada e lasci correre le dita sulla lama lucente. Quindi la sollev in alto e la fece ricadere sull'incudine del fabbro. La lama and in pezzi.
"Questa spada non  a prova di drago", comment e se ne and.
Regin, imprecando silenziosamente, forgi allora una seconda spada, ma anche questa venne spezzata dal giovane. 
"Sei diventato troppo forte per le mie armi", comment lo gnomo. "Vai da tua madre e chiedile che cos'ha per un figlio che  diventato uomo".
Sigurd trov Miordis nella stanza del ricamo.
Appena la donna vide lo sguardo del figlio, depose la spola d'argento e si alz immediatamente: vedova di un eroe e moglie di un re, aveva intuito come madre ci che voleva Sigurd.
Condusse il figlio nella sua camera da letto, apr l'armadio dipinto e ne estrasse un fagotto avvolto nella seta.
"Questo  tutto ci che resta della spada dei Volsung, la spada di tuo padre, spezzatasi in battaglia", disse la donna. "Ti servir per conquistare la gloria. Il suo nome  Gram".
Sigurd apr il fagotto ma trov soltanto dei frammenti di acciaio che, risplendevano di una luce quasi accecante, poich la spada dei Volsung possedeva poteri magici. Il ragazzo 
lasci la madre e port la spada a Regin. Quando la vide, lo gnomo annu senza proferire parola. Frese i frammenti e con essi forgi una lama robusta come mai se ne erano viste. Complet la spada con un'impugnatura incastonata di
pietre preziose.
Sigurd prov la nuova spada sull'incudine del fabbro e questa volta fu l'incudine ad andare in pezzi sotto i colpi della lama. Il ragazzo scoppi in una risata di trionfo, alla quale, lo gnomo rispose in tono brusco.
" ora di andare".
La sua mente erra gi al tesoro e le mani gli tremavano per paura del drago. Cos i due lasciarono la corte di Mialprek: Sigurd a cavallo di un possente destriero e lo gnomo in sella ad un mulo. Si diressero a nord, attraversarono foreste e pianure, prima di raggiungere l'ampia spianata desertica di Gnita heath. Nella valle accanto videro i resti del palazzo del re gnomo. Il tetto era crollato, l'erba cresceva negli anfratti e gli uccelli avevano fatto il nido tra le pietre.
"Quello era il castello di mio padre" spieg Regin in tono cupo. "Nella collina dietro al palazzo si trova la caverna dov' nascosto Fafnier, a guardia dell'oro degli Elfi".
Una pista annerita scendeva dalla collina, verso uno specchio d'acqua vicino al castello. Era il tragitto che il drago compiva per andare ad abbeverarsi. I due si fermarono vicino alle rovine e prepararono il piano. Regin spieg a Sigurd che avrebbe dovuto uccidere il drago al primo colpo, poich se l'avesse soltanto ferito, il mostro l'avrebbe inondato con il suo veleno letale. Il colpo 
mortale avrebbe dovuto essere inferto all'addome, nell'unico punto in cui le squame erano vulnerabili alla lama di una spada.
Quella notte, Regin e Sigurd scavarono una fossa all'inizio della pista del drago.
Prima che il sole sorgesse, Sigurd si sdrai nella fossa, la spada Gram al suo fianco. Regin copr il giovane col mantello e con un sottile strato di terra. Poi, scapp via, lasciando Sigurd al suo destino. Disteso nella buca, il cavaliere aspettava immobile. I piccoli movimenti delle creature che vivevano nella terra gli sfioravano le braccia e
le gambe ma il giovane strinse i denti e serr la mano sulla spada. All'improvviso, poco dopo l'alba,il silenzio del mattino venne rotto da un brontolio. Il drago si stava dirigendo con passo lento e pesante verso la pozza d'acqua.
Trattenendosi dal saltare fuori e affrontare la bestia, Sigurd attese nel suo nascondiglio fangoso.
La terra trem quando le zampe anteriori del drago oltrepassarono i lati della buca, ma non era ancora il momento di agire. Poi Sigurd ud un rumore di ciottoli e quando l'addome del drago scivol su di lui, avvert un peso improvviso. Con mossa decisa, spinse la spada verso l'alto, perforando il mantello e la terra fino a quando sent la lama vibrare e quindi scivolare nell'addome del mostro. Un ululato risuon nella valle mentre il mostro si contorceva dal dolore. Sigurd balz in piedi, spostando con la spada il mantello e la terra. Al limitare della fossa il drago agonizzava con un'ampia ferita nell'addome e la bocca spalancata. Soltanto
gli occhi erano mortali, scuri e profondi come quelli di Regin ma velati dalla morte imminente. Sigurd osserv la sua vittima. La nebbia mattutina si sollev e, fra gli alberi, gli uccelli iniziarono a cinguettare. Regin apparve, curvo e tremante. Sferr al drago un calcio violento e quindi sorrise; un sorriso gelido e perfido. "Arrostisci il cuore di mio fratello come mi hai promesso, cos che io possa salvare l'antico sapere. Dopo, divideremo il tesoro".
Sigurd obbed. Estrasse il cuore dalla carcassa (poich lo gnomo non osava toccare il drago) e lo conficc su un ramo, mentre Regin lo osservava attentamente. Quindi accese un fuoco e vi si accovacci accanto per cuocere la carne.
Passarono diversi minuti prima che la carne fosse cotta. Mentre aspettava, lo gnomo si sedette per terra e inizi ad annuire. Per controllare lo stato di cottura, Sigurd tocc la carne con un dito ma, come era logico, si scott e per lenire il dolore si port il dito alla bocca.
Improvvisamente, il canto degli uccelli divenne un coro cacofonico. Il giovane trasal, poi avvenne il prodigio; il cuore del drago aveva poteri magici, Sigurd era in grado di capire la canzone che gli uccelli cantavano: "Qui siede Sigurd, figlio dei Volsung e vittima di Regin. Come aveva progettato fin dal primo momento in cui lo vide bambino, Regin uccider Sigurd per avere l'oro tutto per s. Lo gnomo non lascer vivere il suo povero pupillo".
Lo sguardo del giovane si pos su Regin. Lo gnomo spalanc gli occhi e in essi, Sigurd lesse la verit. Regin cap immediatamente ci che era accaduto e rest paralizzato dalla paura. Senza un attimo di esitazione, Sigurd sollev la spada e lo decapit. Cos, per mano di un mortale mor il drago Fafnir, uno degli ultimi membri di una razza antica e con lui mor il fratello traditore. Sigurd il Volsung visse ancora per molti anni e le sue gesta vennero cantate dai bardi di tutta Europa. L'eroe, per, non affront mai pi un drago.
In tutto il continente, i draghi stavano scomparendo, sconfitti dalla nuova forza degli esseri umani. Sulle montagne, i corpi giganteschi giacevano su mucchi d'oro e di pietre preziose; nelle isole lontane, gli scheletri dei mostri sbiadivano al sole; sul fondo oceanico, un pallido corallo si sviluppava dalle ossa delle terribili creature.
Se i draghi vennero sconfitti ed eliminati dall'avanzare della civilt, il loro ricordo non svan. Le antiche leggende continuavano a essere raccontate e nuove storie, argute ma non rispondenti al vero, vennero inventate per terrorizzare e intrattenere il pubblico dei cantastorie.
In quei racconti, la figura dei draghi veniva sminuita. Quelle magiche creature divennero esseri terreni, semplici bestie che l'uomo era in grado di annientare. Chi ascoltava quelle leggende dimentic il valore dei terribili nemici e non comprese il significato reale di quelle vittorie.
I draghi non erano le bestie dipinte da quei racconti: anche
l'ultimo di loro testimoniava il mondo antico, anche il pi piccolo rappresentava l'incarnazione del disordine. I draghi che tormentarono gli uomini discendevano dai Titani, dalla razza di Tiamat, Apepe e Tifone e da altri poteri elementari (divoratori di stelle, portatori di tempeste, cavalieri delle nuvole).
Lontano dai freddi campi di battaglia europei, nelle immense terre desertiche, regnavano i re persiani, uomini di insuperabile valore che conoscevano bene la temibile razza dei draghi. La divisione dei loro regni infatti era stata causata proprio da un drago. C'era in quelle terre un potente sovrano di nome Faridun, padre di tre figli ai quali aveva deciso di non dare alcun nome Fino a quando non avesse scoperto il loro carattere, cosa che fece apparendo loro sottoforma di un drago sputafuoco. A turno, sfid i tre figli. Il primo fugg deplorando la follia di una morte simile.
Il secondo non batt ciglio e con coraggio, affront il drago. Il terzo invoc il nome di Faridun, consigliando alla creatura di fuggire: lui, era il figlio del re. Faridun pot cos decidere il nome dei figli: chiam il pi vecchio Salm, per la sua prudenza, e gli don i territori occidentali.
Al secondo diede il nome Tur, perch si era dimostrato temerario, e gli don le terre orientali. Infine chiam il pi giovane Iraj, per il suo cauto coraggio, e gli don il gioiello del mondo: la Persia.
Passavano i secoli, e la stirpe di Iraj continuava a governare la Persia e a combattere i temibili draghi. Quelle creature per, a differenza di Faridun, non erano uomini sotto mentite spoglie e dovevano essere eliminate.
Un discendente di Iraj, Gushtasp, figlio di Lohrasp, uccise un drago per aiutare un compagno in difficolt.
Il giovane aveva sposato la figlia di un imperatore occidentale contro il parere del sovrano ed era stato bandito dal regno.
Tuttavia, il valore delle sue imprese e il suo coraggio superarono i confini della terra desolata dove lui e la sua sposa si erano ritirati e, quando lo stizzito imperatore stabil che per ottenere la mano delle altre figlie i pretendenti dovevano superare delle prove impossibili, Gushtasp acconsent ad aiutare i giovani innamorati.
Uccise cos un lupo grande quanto un elefante e un drago a sei zampe, indebolendolo prima con una pioggia di frecce e conficcandogli quindi nella gola la sua lancia.
Quando si diffuse la voce che era stato Gushtasp a compiere simili gesta, il suocero lo accolse a corte, nominandolo generale dell'esercito imperiale e il padre lo richiam a casa e lo nomin proprio erede.
o:
Il figlio di Gushtasp, Isfandiyar, uccise un drago mentre si recava nelle regioni orientali per salvare le sorelle rapite da un sovrano nemico.
L'astuto principe costru un carro di legno e lo riemp con uncini e lame di spada.
Quindi, nascostosi al suo interno, Isfandiyar
lanci il carro nelle fauci
del drago, che senza rendersene conto si ritrov con la gola squarciata.
Avvalendosi dell'elemento sorpresa, l'astuto guerriero salt dal carro, sguain la spada e tagli in due parti la testa del mostro.
Di tutti gli eroi persiani, il pi grande fu indubbiamente Rustam, un cavaliere nato nel regno di Manuchihr, nipote di Faridun. Rustam possedeva un cavallo pezzato di nome Rakhsh, una bestia coraggiosa che, mentre il guerriero dormiva, faceva la guardia.
Una notte, un drago feroce si avvicin all'accampamento. Il cavallo batt gli zoccoli e inizi a nitrire ma, quando il cavaliere usc dalla tenda, il drago era divenuto invisibile e l'uomo rimprover il destriero.
Per altre due volte, il drago si avvicin, il cavallo nitr e Rustam si alz senza trovare niente. La sua rabbia intanto cresceva.
Quando il drago riprese la sua manovra di avvicinamento, prima di lanciare un nitrito di avvertimento, Rakhsh attese che la bestia fosse a portata della spada del suo padrone.
Rustam, il cui sonno era incredibilmente leggero, balz in piedi proprio quando il drago era ormai su di lui.
La bestia spicc un salto e avvolse l'uomo fra le sue forti spire ma i possenti denti del fedele Rakhsh si conficcarono nel fianco del drago, che diminu la presa quel tanto da permettere a Rustam di liberarsi.
Impugnata la scimitarra, l'uomo colp il drago a morte.
Poi inton un canto di gloria ad Allah e lod il suo valoroso destriero.

Il disperato combattimento di Cancillotto.
Il nobile Lancillotto, cavaliere di Art, uccise un giorno un drago, scatenando una serie di eventi. La creatura aveva stabilito la sua tana In una tomba nel regno di re Felles. Ogni notte, la bestia malvagia si avventurava fra i mortali uccidendo e seminando il terrore. Quando un giorno Lancillotto giunse in quelle terre, gli abitanti del regno implorarono il suo aiuto. Il valoroso cavaliere raggiunse la tomba, la apr e uccise il drago.
Sulla lapide del monumento erano state Incise queste parole: "Qui giunger un leopardo di sangue reale e uccider il serpente. E in questa terra straniera, il leopardo dar vita a un leone, che superer tutti gli altri cavalieri". Re Felles conosceva l'iscrizione e, poich aveva una figlia, si convinse che se Lancillotto si fosse unito a lei, la fanciulla avrebbe dato alla luce il futuro cavaliere della profezia.
Lancillotto, per, amava Ginevra e non l'avrebbe mai tradita. Cos, ricorrendo alla magia, Felles diede a Elaine le sembianze di Ginevra. All'invito della principessa, Lancillotto rispose prontamente e, nove mesi dopo, nacque Galahad che, come era stato predetto, divenne il pi grande cavaliere del mondo cristiano.

Il Terrore di Kiev.
Quando Kiev era la pi grande fortezza della Russia, la terra pullulava di eroi ma pochi erano coraggiosi come Dobrynja Mikitich, il cavaliere che osava affrontare i terribili draghi. Ecco la sua storia. A poche giornate di viaggio da Kiev, al limitare di una verde vallata, si ergevano le montagne di Sorochinsk, rifugio di creature mostruose e malvagie. La vallata era territorio di caccia di Gorynjch, temibile predatore dalle dieci teste. Raramente un essere umano
metteva piede nella valle. Un giorno, lungo il fiume, in sella a un elegante destriero, apparve un giovane cavaliere vestito
in abiti sgargianti: era Dobrjnja, giunto per sfidare il drago. Il giovane cavalc lungo il fiume per ore e ore, ma nella vasta pianura e nelle valli circostanti, non c'era segno di vita. Infine, smont da cavallo, lasciando la bestia libera di brucare l'erba. Si spogli e si tuff in acqua. All'improvviso un grido ruppe il silenzio e un bagliore attravers il cielo: il nemico tanto atteso era arrivato. 
Il drago si pos sulla riva del fiume. Senza indugio, Dobrjnja si precipit fuori dall'acqua per affrontarlo. Spinto da furia combattiva, il guerriero strapp tre delle teste del drago a mani nude. La bestia croll al suolo, Dobrjnja tuttavia non la uccise, a condizione che rimanesse entro i limiti delle sue terre e non minacciasse mai pi la razza umana.
Dopo aver ottenuto la promessa della bestia, il cavaliere torn a Kiew. Non era saggio per, riporre fiducia nelle parole di un drago.
Gorynjch non attese molto per vendicarsi. infuriato si scagli contro il grande palazzo nel cuore della citt e, urlando in segno di trionfo, si innalz nuovamente verso il cielo, tenendo fra gli artigli la sua preda: la figlia del re.
Armato di tutto punto, Dobrjnja lasci la citt. Cavalcando con la velocit del vento raggiunse le montagne di Sorochinsk: quindi, senza alcuna esitazione, si addentr nella buia caverna, rifugio del terribile drago; l trov quel che cercava, la principessa di Kiev giaceva incatenata tra centinaia di concittadini, anch'essi vittime della
furia di Gorynjch. Il valoroso guerriero liber i prigionieri
e si prepar ad affrontare il mostro. Per tutto il giorno, i due combatterono sotto il sole. Alla fine, il nobile cavaliere uccise il drago. Con una frusta creata con le sete di Samarcanda, tagli le teste e le code. Quindi fece accomodare la principessa sul suo destriero e la riport a Kiev.
Narra la leggenda che Alessandro Il Grande combatt e uccse molti draghi. Avanzando in India, il suo esercito venne attaccato da cinghiali, grifoni e serpenti mostruosi. Nessuno di essi sopravvisse, come d'altronde tutti gli esseri umani che cercarono di ostacolare il suo cammino.

Perseo e il drago.
Fra i valorosi cavalieri che affrontavano i draghi, nessuno possedeva la rapidit di Perseo, figlio di Zeus e della mortale Danae. Amato dalle divinit che vegliavano su di lui, Perseo ricevette in dono dei calzari alati.
narra la leggenda che un giorno I calzari alati lo portarono a sorvolare l'Etiopia. Mentre osservava le coste del Mar Rosso, Perseo vide una fanciulla legata a una roccia. Senza pensarci due volte, accorse al suo fianco e la misteriosa e bellissima fanciulla gli raccont la sua storia. Il suo nome era Andromeda, figlia dei signori del paese, Cefeo e Cassiopea. Su consiglio di un oracolo, il padre aveva legato la figlia alla scogliera come offerta a un crudele drago marino che devastava il regno.
In un attimo, Perseo vol dal re e gli disse che avrebbe ucciso il drago in cambio della mano di Andromeda. Il re accondiscese, nel frattempo, per, il drago era emerso dalle acque ed emettendo grida terrificanti si diresse verso la principessa. Grazie ai calzari alati, Perseo si alz in volo, sorvol le onde e si scagli sul dorso del drago, attaccandolo con la spada. La bestia cerc di afferrarlo con le possenti mascelle ma ogni volta Perseo scansava i colpi del mostro con la velocit e la leggerezza di un'ape. Infine il giovane infilz con la spada la belva in pi punti e rivoli di sangue tinsero l'azzurro del mare. Con un ultimo grido lacerante, il drago scomparve nelle acque.
Quello stesso giorno, Perseo e Andromeda si sposarono.

BahramGur l'Avventuroso.
Un giorno di primavera, Shah Bahram Gur radun i suoi uomini, le pantere ammaestrate, i suoi falchi e part per una battuta di caccia. In pochi giorni, decim gli asini selvatici, le
gazzelle e le pecore che vivevano sulle colline e nelle valli. I cacciatori si mostravano quanto mai soddisfatti ma Shah sembrava ancora irrequieto. Si allontan dal gruppo e vagabond, fino a quando si imbatt in un drago. Scagli una freccia al petto e una alla testa della bestia, la sventr e, inorridito, trov nella pancia del mostro il corpo di un uomo.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Si ringrazia in modo particolare John Dorst per la consulenza e l'aiuto prestato nella preparazione del volume. Gli editori ringraziano inoltre: Franois Avril, Curatore Capo, Dpartement des Manuscrits, Bibliothque Nationale, Parigi; Elena Bradunas, American Folklife Center, Library of Congress, Washington, D.C.; Nancy Cheng, East Asian Bibliographer, Van Pelt Library, University of Pennsylvania, Philadelphia; Jean-Paul Desroches, Curator, Muse Guimet, Parigi; Volker Dnnhaupt, Bibliothek, Rheinisches Landesmuseum, Bonn; Laveta Emory, the Freer Gallery of Art, Washington, D.C; Clark Evans, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress,Washington,D.C;
Marielise Gpel, Archiv fr Kunst und Geschichte, Berlino; Francis Gueth, Curator, Bibliothque Municipale, Colmar, Francia; Dieter Hennig, Director, Gebrder-Grimm Museum, Kassel, Germania; Christine Hoffmann, Bayerische Staatsgemldesammlungen, Monaco; Arthur A.Houghton Jr., Wye Plantation, Queenstown, Maryland; Lydia Hsieh, Assistant Librarian, the Freer Gallery of Art, Washington, D.C; Huang Yung-Sung, Art Director, rivista Echo, Taipei; Ann Huey, Potomac, Maryland; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, Berlino; Roland Kleming, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, Berlino; Library Staff, The Central Art Academy of Beijing, Li Lin-Tsan,
Deputy Director, National Palace Museum, Taipei; Glenise A. Matheson, Keeper of Manuscripts, The John Rylands University Library, Manchester, Inghilterra; Ellen Nollman, Head Librarian, the Freer Gallery of Art, Washington, D.C; Princeton Index of Christian Art, Citt del Vaticano; Lores Riva, Milano; Justin Schiller, New York City; Johannes A. Seifert, Bibliothek, Rheinisches Landesmuseu m, Bonn; Robert Shields, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington, D.C; Marie Lukens Swietochowski, Associate Curator, Islamic Division, Metropolitan Museum of Art, New York City; Peter Tange e Burg Wissem, Troisdorf, Germania.
...
FINE.